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«Io, nell’inferno del Pio Albergo Trivulzio»: parla infermiere barese

La storia di Daniele Macchia, che il 19 aprile si è ritrovato a lavorare al Pio Albergo Trivulzio, solo alcuni giorni prima che lo scandalo travolgesse la struttura milanese

«Io, nell’inferno del Pio Albergo Trivulzio»

Catapultato nell’inferno del Covid19 perché «dove c’è bisogno di aiuto, io non mi tiro indietro». Inizia nel «peggiore» dei modi la storia di Daniele Macchia, infermiere barese che il 19 aprile si è ritrovato a lavorare al Pio Albergo Trivulzio, solo alcuni giorni prima che lo scandalo travolgesse la struttura milanese. Daniele, 47 anni, ha nel sangue la sua «missione» e scalpita all’idea di rimanere nella tranquilla e organizzata realtà del suo reparto al Policlinico – l’Unità di cardiologia ospedaliera, diretta dal professor Carlo D’Agostino – mentre là fuori, nelle zone rosse di tutta Italia, il Coronavirus miete vittime e imperversa il dolore di chi sopravvive ai suoi affetti.

«Non ci ho pensato molto su, ho risposto alla richiesta di infermieri professionali della Protezione Civile, per essere di aiuto proprio nelle zone più calde di Milano. Contro il volere di mia moglie e di mia figlia. Non è facile, le capivo. E loro hanno capito ancor di più me». L’attesa di sapere se fare le valigie oppure no è durata poco: il 17 aprile Macchia è stato chiamato in servizio a Milano. «Non ci potevo credere: su diecimila domande presentate da tutta Italia, solo cinquecento sono stati convocati. Me compreso». A Milano Daniele è arrivato il 17 aprile, due giorni dopo è stato destinato al Pio Albergo Trivulzio, il polo geriatrico più importante d’Italia, con oltre 1300 anziani ricoverati. «Una struttura ciclopica, con molti pazienti allettati e tracheostomizzati. Mi è stata affidata l’assistenza di 40 anziani. Non mi spaventava affrontare tanta sofferenza, ero pronto a reggerne il peso e sapevo non sarebbe bastato il mio carattere socievole a tener testa ai problemi ancora più seri che a poco a poco sarebbero insorti. Intanto – continua l’infermiere - al 17 aprile non era stato fatto nemmeno un tampone. I decessi quotidiani che si susseguivano venivano attribuiti all’età dei ricoverati. I pazienti anziani tracheostomizzati hanno saputo solo dopo mesi dall’inizio del Covi19 l’esito positivo dei tamponi. Non ero il solo ad insistere per avere maggiori controlli, a vedere che troppe cose non andavano come avrebbero dovuto - continua Macchia - . I camici che indossavano i tracheostomizzati, per esempio, non erano idrorepellenti. Sollevai il problema ma la responsabile di reparto mi liquidò in tutta fretta. Un’altra cosa gravissima era la mancanza totale dei percorsi di vestizione/svestizione. L’ho segnalato alla Protezione civile ma dall’Asp (Azienda di Servizi alla Persona, ovvero la Asl lombarda) rispondevano che era tutto regolare. È dovuto intervenire telefonicamente il presidente della Protezione Civile, Borrelli in persona, con il presidente Asp per risolvere il problema. Per fortuna i rapporti con i colleghi Oss e con i pazienti erano ottimi, ma in questi momenti più che mai è indispensabile lavorare in sicurezza. Quando finalmente cominciarono ad effettuare i tamponi, vennero fuori i primi due, tre casi positivi. Da lì a poco sarebbero stati travolti in tanti».

Lo scandalo travolge la struttura, l’accusa ai piani alti del Pio Albergo Trivulzio è di aver occultato la diffusione del Coronavirus nei suoi reparti per tutto il mese di marzo. Molti i contagiati e morti tra pazienti e personale sanitario. «Ai parenti che telefonavano per avere notizie dei loro cari non riuscivano nemmeno a rispondere se fossero ancora in vita oppure no. Uno strazio senza fine, ho ancora negli occhi il dolore e la solitudine di quei nonnini che sarebbero potuti essere miei parenti. La solitudine non distingue tra nord e sud di un Paese». Macchia viene trasferito all’ospedale di Vimercate. Qualche giorno dopo il suo trasferimento, al Pio Albergo Trivulzio arriva la Guardia di Finanza. I restanti 21 giorni di servizio a Milano, Daniele li lavora all’Unità cardiologica dell’ospedale di Vimercate, forte anche dell’esperienza acquisita all’Unità cardiologica del Policlinico.

«Sono 23 anni che faccio questo mestiere, e sicuramente a Vimercate erano molti gli assenti nel personale a causa del coronavirus. Sono entrato in ausilio in terapia intensiva, braccio a braccio con colleghi anche qui disponibili e collaborativi». Ma negli occhi e nel cuore è rimasto l’inferno del Pio Albergo Trivulzio.

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