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Società

Un albo per le prostitute: la proposta veneta e le reazioni

Per l'assessore barese Romano legalizzare significa regolarizzare la schiavitù

prostituzione

«Ma siamo matti? Sono molto più che contraria. Legalizzare la prostituzione è regolarizzare la schiavitù. Una schiava non può essere imprenditrice di se stessa. Non è nemmeno da considerare l'aspetto lavorativo e produttivo del fenomeno. Qui si torna ai tempi bui. Noi semmai dobbiamo contrastare la domanda e aiutare le vittime». Questa la reazione di Paola Romano, assessore alle Politiche attive del Lavoro e alle Politiche educative giovanili, nei confronti del Veneto in piena eruzione. Mentre in questi giorni il Governo accelera per concedergli l'autonomia differenziata (contestata e contrastrata soprattutto al Sud), gli indipendentisti di «Siamo Veneto», per iniziativa del loro membro Alberto Guadagnini, intendono presentare al Parlamento (l'unico preposto a legiferare) una proposta di legge che istituisce in ogni Comune un «Albo delle prostitute».


Chi pensa a uno scherzo, a una battuta ironica pentastellata rivolta ai giornalisti, non ha che da ricredersi. Accanto agli elenchi di medici e di architetti, di avvocati e di notai, potrebbe esserci anche quello delle «lucciole» (che poi, stando a quanto riportato recentemente dalle «Iene», a stretto contatto con i professionisti ci sono spesso per davvero, anche a Bari). Evidentemente, nell'ambito delle politiche... attive per il lavoro, una delle 23 materie concorrenti, per le quali il Veneto ha chiesto la competenza, si vuole metter mano (ehm) anche alle prostitute, trasformandole in lavoratrici autonome, pure associate tra loro, «per toglierle dalla zona grigia dello sfruttamento di strada e per farne delle imprenditrici a tutti gli effetti con il diritto di ricevere un giusto compenso e il dovere di emettere regolare fattura. Insomma, contribuenti simili alle altre categorie professionali, tenute al pagamento delle spese sanitarie, previdenziali e fiscali».


Il testo in discussione prevede che nell'Albo vengano indicate anche le generalità delle prostitute, garantendo «il rispetto del diritto alla riservatezza», allargato (articolo 2 della proposta) anche ai clienti, il cui nome resterebbe top-secret (sebbene, per chi compia reati legati alla prostituzione minorile, si vogliano inasprire le pene: da 10 anni all'ergastolo). Cosicché da tutta Italia si attende un esodo senza precedenti sia delle professioniste del settore (tranne quelle che preferiscano il lavoro nero) sia di turisti sessuali, protetti non solo dal condom, ma anche dalla legge. Sarebbe una vera rivoluzione: da «aiutiamole a casa loro» ad «accogliamole a casa nostra», a meno che non si vogliano chiudere i confini e limitarsi ad accoppiate rigorosamente autoctone. In caso contrario, la migrazione di moltissime delle circa 90mila prostitute presenti in Italia (quasi la metà, secondo i dati della commissione Affari sociali della Camera, sono immigrate) sarebbe inarrestabile, consentendo di far schizzare il prodotto interno lordo del Veneto.


In assoluto il business della prostituzione in Italia è stato stimato in 3.9 miliardi di euro, con 3 milioni di clienti l’anno, nonostante la legge Merlin del 1958, quella che chiuse le case di tolleranza (erano allora 560 in tutta Italia e ospitavano circa 2.700 donne), introdusse i reati di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. La discussione sul suo superamento di tanto in tanto torna, con gli abolizionisti che citano i casi della Germania, dell'Olanda o degli Stati Uniti, in cui la legalità non è sotto la giurisdizione del governo federale, ma è lasciata agli Stati singoli. In generale, però, nel mondo, anche laddove la prostituzione è permessa, sono quasi sempre illegali tutte le attività associate, come la gestione di un bordello. «Nella relazione del Parlamento europeo del 2013, in cui si riportano i dati di quel che accade in Norvegia e in Svezia, dove il cliente è punito e la prostituta è aiutata, si è registrato – dice Paola Romano - che le persone che si prostituiscono sono diminuite del 65 per cento. In Germania, dove la prostituzione è una attività legale, il numero è aumentato, ma solo poche donne si registrano (quelle regolari possono lavorare come dipendenti con un normale contratto di lavoro, ma in gran parte sono autonome - n.d.r.). «Ci sono altri modi per creare un indotto - afferma decisa Carla Palone, assessore allo Sviluppo economico -. Non si fa impresa sul corpo delle persone, e della donna in particolare. Semmai dobbiamo recuperarle e reinserirle nella società, attraverso percorsi, anche formativi, che le introducano al lavoro, quello vero. Siamo seri: il fenomeno della prostituzione va combattuto. E la legge Merlin va mantenuta».

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