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Giovanni Longo
BARI - Un dipendente di Palazzo di Città, parente acquisito del boss Antonio Capriati, zio di Filippo, si prodigava per rilasciare certificati anche fuori dagli orari d’ufficio. Con consegna a domicilio. E senza versamento dei relativi diritti.
Dalle carte dell’inchiesta sfociata giovedì scorso con le 21 misure cautelari disposte su richiesta del pm antimafia Isabella Ginefra che coordina le indagini della Squadra mobile, spuntano nuovi particolari. Dopo le visite mediche lampo al Policlinico eludendo code e liste d’attesa, anche grazie all’intervento di un dipendente dell’Amiu, un altro esempio dei «numerosi vantaggi esclusivi per alcuni servizi offerti dalla pubblica amministrazione» in ragione della «caratura criminale», si legge negli atti dell’ultima indagine sul clan Capriati. Stando alle indagini, ricordiamo, il gruppo che ora farebbe capo a Filippo Capriati, gestiva il traffico di droga, obbligava tra l’altro i commercianti del mercato di Carrassi e gli ambulanti della festa patronale di San Nicola del 2015 ad acquistare merce da fornitori amici.

Ma torniamo ai certificati in Comune. Mancano 10 minuti alla mezzanotte del 28 aprile 2015 quando Filippo Capriati chiama il dipendente comunale che lavora all’Anagrafe (non indagato). «Devo vedere per il fatto dell’espatrio?» chiede al presunto boss. La risposta è un monosillabo: «Eh». «Per ottenere un documento, verosimilmente la carta d’identità valida per l’espatrio, difficilmente ottenibile per una persona gravata da pesanti condanne passate in giudicato, anche per mafia - annota il giudice nell’ordinanza - in piena notte ha telefonato al dipendente del Comune di Bari (...) intrattenendo un colloquio decisamente confidenziale». Il tempo passa e la situazione non si sblocca: «E niente, c’è ancora l’impedimento, non puoi fare niente, devi andare al Tribunale», spiega ai suoi interlocutori. A tutto c’è un limite. Ma la burocrazia, si sa, è tentacolare. E i certificati non bastano mai. «Devi fare un favore a mio suocero - dice al telefono la moglie del boss Filippo, non indagata, qualche giorno dopo - devi uscire lo stato di famiglia, che deve avere il permesso». Il dipendente comunale si mette a disposizione. Anche per la consegna del documento. «Vediamo se posso fare una camminata, io vengo a lasciare». In cambio di cosa? davvero bazzecole: i biglietti delle giostre che si intrecciano, però, con un altro pezzo della storia. Si tratta forse delle giostre sistemate sul lungomare «per la festa patronale di San Nicola, ottenuti dal gruppo Capriati quale frutto di estorsione in cambio di protezione offerta durante la sagre».

Altro giro, altra corsa. C’è l’urgenza di predisporre uno stato di famiglia. Presto, fatto. Ma dal proprio ufficio questa volta davvero il dipendente non può muoversi, causa straordinario. Qualcuno disposto a ritirarlo, si troverà di sicuro. Ma non è questo il problema. Per il giudice, infatti, siamo di fronte a un «forte condizionamento nelle normali procedure per ottenere della documentazione, riscontrato negli Uffici Demografici del Comune di Bari» che «viene attuato attraverso il dipendente comunale (...) peraltro cognato di Capriati Antonio, capo storico, nonché fondatore dell’omonimo clan mafioso, attualmente organizzato e sotto la reggenza del nipote, Capriati Filippo». L’uomo, «contando sulla sua funzione di incaricato di pubblico servizio presso l’Ufficio Anagrafe del Comune di Bari, ha fornito, in più occasioni, documentazione anagrafica» al nucleo famigliare di Filippo Capriati «senza che venisse mai presentata istanza né versamento delle somme a titolo dì diritti». Il dipendente «ha aderito infatti ad ogni richiesta documentale avanzata, incondizionatamente se gli fosse pervenuta di giorno o di sera; documentazione che ha poi provveduto a recapitare direttamente presso il domicilio dei Capriati dietro l’esiguo profitto - documentato in una singola circostanza - per il servigio offerto fuori dai normali iter burocratici, consistito nella richiesta dei “biglietti per le giostre”».

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