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Il Paese dove i morti soccorrono i vivi

Il Paese dove i morti soccorrono i vivi

Il Paese dove i morti soccorrono i vivi

 
Il Paese dove i morti soccorrono i vivi

Giovedì 24 Settembre 2015, 09:48

03 Febbraio 2016, 07:41

di GIUSEPPE DE TOMASO
Quando il Movimento Sociale Italiano era, per i politologi, il Polo escluso e, per tutti gli altri, il ritrovo dei postfascisti, l’onorevole Giuseppe Tatarella (1935-1999), per i suoi amici «Pinuccio», si divertiva a spiazzare intervistatori e interlocutori vari. «Io fascista? Mai stato. Semmai - spiegava - mi definisco un gollista, nel senso che mi piace la lezione dell’antifascista Charles De Gaulle, ma mi piace soprattutto fare gol». Di gol in politica «Pinuccio» ne ha segnati parecchi: dalla diabolica preparazione del dopo Almirante (leader storico della Fiamma Tricolore) al sofferto battesimo di Alleanza Nazionale, dall’improvvisa opzione per il sistema politico maggioritario fino al fantasioso modello elettorale per le Regioni.
 

Quando tutto il Msi giudicava forieri di sventure i referendum maggioritaristi di Mario Segni, e il suo giovane leader (Gianfranco Fini) si sgolava per salvare la legge proprzionale, Tatarella aveva già sposato la democrazia dell’alternanza vagheggiando la costruzione di una casa in grado di raccogliere i voti di tutto l’elettorato non di sinistra. Basti ricordare che tra le ultime idee concepite dall’imprevedibile eminenza grigia del centrodestra italico figurava nel 1999 l’invito a Dario Fo per celebrare a Bari il 25 Aprile, ossia la Festa della liberazione dal nazifascismo.

L’ultimo gol, Tatarella lo ha realizzato dall’Aldilà. Quando sembrava che il ballottaggio tra Senato elettivo e Senato inelettivo avrebbe dilaniato il Pd e complicato la vita al presidente del Consiglio, è spuntata la parola magica - indicazione - che Tatarella aveva tirato fuori dal cilindro per sbloccare, a metà degli anni 90, lo stallo sulle nuove regole del gioco per le Regioni. In breve. Siccome la Costituzione non contemplava l’elezione diretta dei presidenti, il che contraddiceva il principio dell’investitura popolare scaturito dai referendum, il ricorso alla «indicazione» o «designazione» eliminava l’inghippo: di fatto il presidente della Regione era scelto dai cittadini, ma formalmente sarebbe stato eletto dal consiglio regionale. L’idea funzionò. Parecchi fra gli attuali leader politici nazionali (compreso Pier Luigi Bersani che nel 1995 fu rieletto dal popolo alla guida dell’Emilia-Romagna) divennero presidenti grazie alla quadratura del cerchio prodotta dal Tatarellum.

Tatarella non fu l’unico ostetrico nella sala parto del Tatarellum . Gli diedero una mano, in modo particolare, i colleghi Luciano Violante e Sergio Mattarella. Convinti della necessità di una fase nuova e maggioritarista a tutti i livelli istituzionali, Violante e Mattarella furono essenziali nel portare al successo la riforma sostenuta dal cosiddetto ministro dell’Armonia. Anche Massimo D’Alema assecondò il progetto, che coniugava le esigenze della governabilità (rafforzata dalla legittimazione dal basso del prescelto) con le prerogative della rappresentanza consiliare (dopo due anni e mezzo di governo, in caso di crisi, l’assemblea avrebbe potuto dare la fiducia a un altro presidente, non indicato dal popolo). Successivamente le Regioni confezionarono, in autonomia, un proprio sistema elettorale, ma tuttora il Tatarellum viene considerato un modello flessibile ed efficace, l’unico che ha saputo conciliare premio maggioritario e attribuzione proporzionale dei seggi, governabilità e rappresentatività. Non sappiamo quale sia l’opinione del presidente Mattarella sulla soluzione tatarelliana che ha messo d’accordo le anime del Pd. Possiamo immaginare che il Presidente avrà tirato un sospiro di sollievo perché il jolly salvatutto era a portata di mano, anche se pochi erano in grado di accorgersene.

Ora il traguardo della riforma costituzionale è a portata di Renzi. Se la sinistra Pd avesse approfondito la questione proposta dal premier, senza concentrarsi quasi esclusivamente sui criteri d’elezione della Camera Alta, avrebbe notato - come ha avuto modo di rilevare ieri Luciano Violante - che altri erano e restano i punti critici del provvedimento, a cominciare dai futuri rapporti fra la presidenza della Repubblica e la presidenza del Consiglio. Adesso, però, dopo aver puntato per mesi i riflettori sul metodo di scelta dei prossimi senatori, riuscirebbe difficile, per chiunque, aprire altri fronti di discussione. Di conseguenza, il Royal Baby potrà fregiarsi del titolo di Rottamatore del Senato (anche se forse avrebbe fatto meglio a sopprimerlo del tutto) e presentarsi alle Cancellerie europee con un biglietto da visita di un certo peso: «Se sono riuscito a tagliare il numero dei parlamentari, sarò in grado di tagliare le tasse senza scassare i conti pubblici».

Chissà se Tatarella (che il 17 settembre scorso ha festeggiato in cielo il suo 80mo compleanno) ha avuto, o ha l’opportunità, di godersi lo spettacolo. In effetti sarebbe stata sufficiente un po’ di memoria storica per scongiurare sul nascere logomachie e articolesse su temi distanti assai dai problemi quotidiani della gente comune. Inevitabile, perciò, una piccola chiosa. Davvero strano quel Paese in cui i morti risorgono per salvare i vivi.

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