L'analisi
Torniamo a «stare» in piazza ma senza monopattini
La barbarie stiracchiata di oziosità alcoliste della «movida» tornata in auge dopo il terrore dell’epidemia
La barbarie stiracchiata di oziosità alcoliste della «movida» tornata in auge dopo il terrore dell’epidemia e l’invasiva tirannide della piazza mediatica nelle sue varianti di piazzette elettroniche, atri informatici, portinerie, ballatoi e cortili digitali rischiano di farci disabituare alla piazza vera, quella che offre alla vita pubblica dei cittadini lo spazio arioso e racchiuso dal confine dei palazzi istituzionali, quell’agorà preziosa e analcolica che ospitava la dignità urbana e non ammetteva dispotismi invadenti. Lì, in piazza, si andava a «stare».
Nell’Italiano dialettale che usiamo a Bari, il verbo «stare» svolge mansioni impegnative nella sintassi della poetica semplicità dialettale: si usa per definire una condizione, uno stato, una modalità. In risposta alla domanda «Che facciamo stasera?», buttata là tra uno sbadiglio e un borborigmo vernacolare, m’è capitato di registrare la locuzione «Andiamo a stare». Proprio così. «A stare» e basta.
In quel caso indicava una attività-non attività che consiste, lo sappiamo bene, nell’essere non bighelloni scansafatiche, ma affaccendati oziosi che occupano un luogo scelto.
In genere lo spazio antistante un Caffè, per disporsi a crocchio, un simulacro spicciativo di agorà rimpicciolita sulla misura della «comitiva». In Inghilterra quegli astanti prendono il nome di corner people. In quelle contrade, però, si tratta di gente che si presta a far da pubblico ad oratori muniti di sgabello e loquela non priva di burbera eleganza. Il più delle volte praticano le allocuzioni in aiuole dei pubblici, immacolati giardini inglesi.
Noi no, noi andiamo «a stare», delimitando lo spazio necessario con i corpi dondolanti e il piccolo passeggiare fermi sul posto. Con quel febbrile affaccendarsi che comporta l’ozio faticoso della chiacchiera lenta, della conversazione vaga e ampia e la pratica della contemplazione del passeggio, si capisce che il tempo scorra lento e placido non senza saggezze individuabili nella grave compiacenza dell’uditorio. Tutto questo e altro ancora è «stare» nel Meridione d’Italia.
Ma esiste, a Bari, una particolarità linguistica. Infatti: c’è un modo curioso d’esprimere la condizione di chi è sprovvisto di qualcosa: si privilegia, rispetto al verbo avere, il verbo stare, considerato variante del verbo essere. Si dice infatti, anche troppo spesso, «Sto senza soldi», «sto senza mangiare da ieri», «sono stato senza far niente», eccetera. Invece di «non ho soldi», «non ho mangiato da ieri», «non ho fatto niente», eccetera. Per non parlare dell’incitazione ai pigri o renitenti all’impegno del lavoro o tardivi nel dar di piglio alle imprese: «E stàmc». Lo sentii urlare durante un comizio all’indirizzo dell’oratore che si prodigava in promesse.
Quando, da ragazzi, si stentava a tirar serata, non potendo «stare» indefinitamente, si progettavano passeggiate automobilistiche e, quindi, si aspettava ansiosamente l’unico amico dotato di padre generoso che largheggiava in prestiti di auto. La delusione arrivava frequentemente e l’amico arrivava tristemente appiedato. Agli sguardi ansiosi rispondeva: «Sto senza macchina». A pensarci, quella locuzione era perfetta ed eloquente: infatti indicava una condizione transitoria, altrettanto di quando annunciava trionfante «Sto con la macchina», aspettandosi, da parte degli altri, contraccambi maliziosi di presentazioni di amiche altrettanto appiedate e attratte irresistibilmente dalla comodità discreta della vettura. Per non «stare senza femmina».
Soprattutto se si trattava di andare a ballare. A proposito, è curioso da ricordare come quello che «stava con la macchina», in genere, «stava senza ragazza». Ma che sciocco che sono: solo adesso, dopo tanti anni, capisco che se quello fosse stato con la macchina e con «la femmina», come brutalmente si diceva, certo, non sarebbe stato con gli amici a stare all’angolo del caffè.
In questa piccola scheggia di privata rechèrche, sono certo che molti miei concittadini si ritroveranno, i miei cari Baresi che, oggi, stanno tutti con la macchina. E non la mollano per alcun motivo.
Peccato. Peccato perché si privano di molti piaceri oltre che del diritto di respirare, di quello di camminare, di non rischiare la pelle ad ogni attraversamento di strade. Strade? Diciamo, piuttosto, percorsi di guerra dove devi stare (queste volte è proprio stare) in guardia per evitare di entrare in un camion e non nel negozio di biancheria o di restare prigioniero del fuoristrada parcheggiato metà nel sottano e metà sul cassonetto dell’immondizia.
Oggi ci sono, e aggiungono terrore al timore del traffico quelli che «stanno col monopattino». Questo arnese nasce dalla trasformazione di un giocattolo innocente, costruito dall’ingegnosità dei ragazzi che siamo stati, con legno di risulta e ruotine di cuscinetti a sfere, in micidiali arnesi in grado di uccidere (è successo) in caso di collisione, chi si accontenterebbe di «stare» pacificamente sui marciapiedi. I sindaci di tutta Italia che hanno legittimato l’uso di queste micidiali istigazioni a delinquere, non si rendono conto che hanno legalizzato un mezzo che costituisce, in sé, la tentazione irresistibile a trasgredire ogni legge e ogni norma di educazione stradale: dal limite di velocità (possono viaggiare a 45 all’ora) all’invasione dei marciapiedi, dalla scorribanda in senso vietato, al sovraccarico dell’arnese con più viaggiatori.
Com’era bella, la piazza. La piazza con le sue regole. La piazza di pietra e case, senza monopattini! E non la piazza catodica dove è consentito qualsiasi eccesso.
Chi in piazza strafaceva o parlava troppo o imponeva in eccesso la sua presenza passava subito per «stangachiazz», ovvero sfaccendato, bighellone, fannullone, povero di spirito e fastidioso chiacchierone (oggi a Bari, con impagabile locuzione, si dice «carico a chiacchiere»). Nella piazza mediatica, in tivvù, insomma, certe invasioni, certe ubiquità, certi personaggi ridotti, ormai, al ruolo di salvaschermo, mi fanno rimpiangere, oltre alle vecchie, care, tribune politiche, anche lo «stare» in piazza libero e innocente. Civile. E senza monopattini. Con una signora.