Mercoledì 13 Novembre 2019 | 05:23

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Quell’ecologia integrale predicata da Bergoglio

Il richiamo alla ecologia integrale fatto da Parolin riprende l'enciclica sull'ambiente «Laudato sì» di Papa Francesco, sollecitando ArcelorMittal, proprietaria dell'acciaieria ex Ilva, a guardare al mondo nel modo più adeguato

Papa Francesco

Papa Francesco non c'era, pur avendo coltivato per un po' il desiderio di venire a Taranto in prima persona per celebrare a dovere un evento – la messa di Natale presieduta nel 1968 da Papa Paolo VI all'interno dello stabilimento siderurgico allora marchiato Italsider – che segnò il riavvicinamento della Chiesa agli operai. Ma nei discorsi del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano, e dell'arcivescovo di Taranto monsignor Filippo Santoro, Josè Bergoglio c'era, eccome. Il richiamo alla ecologia integrale fatto da Parolin riprende l'enciclica sull'ambiente «Laudato sì» di Papa Francesco, sollecitando ArcelorMittal, proprietaria dell'acciaieria ex Ilva, a guardare al mondo nel modo più adeguato.

Un mondo dove la dimensione della sostenibilità economica dell’impresa non soverchi quella sociale e non vada a detrimento di quella ambientale. La crisi complessa che sta vivendo il mondo e di cui Taranto è emblema, secondo Parolin, non può trovare delle risposte settoriali: tutto è intimamente connesso. Evitare l’inquinamento ha dei riverberi positivi sulla società che abita un territorio e comporta benefici economici, dal momento che risulta ogni giorno più chiaro come la bonifica abbia dei costi molto elevati, e spesso – come nel caso di Taranto - non a carico di chi ha inquinato.

Parole che fanno impugnare alla Chiesa italiana e tarantina la bandiera dell’ambientalismo ragionevole e ragionato, che stringono ai fianchi la multinazionale dell’acciaio e la sollecitano a utilizzare le migliori tecnologie disponibili, affermazioni che per la prima volta risuonano all'interno del siderurgico, facendo sobbalzare sulla sedia il paio di dirigenti ex Ilva imputati in «Ambiente svenduto», seduti ieri mattina, nella sala conferenze della fabbrica, ad ascoltare il ricordo di Paolo VI.

Frasi, discorsi, che non trovano invece sorpreso Matthieu Jehl, giovane amministratore delegato di ArcelorMittal Italia, catapultato a Taranto dalla belga Gent. Dopo un periodo di iniziale intransigenza, dovuta probabilmente più a logiche di posizionamento politico e strategico che ad altro, l'atteggiamento è mutato. Da osteggiata, la decarbonizzazione è diventata un obiettivo per la famiglia Mittal. Da raggiungere, certo, con i tempi compatibili con i costi e con il sostegno delle istituzioni per evitare la concorrenza dei produttori ancora in grado di fare acciaio senza sostenere prezzi di natura ambientale. Ma, finalmente, si può fare, si può immaginare una fabbrica nella quale il diritto alla salute non venga dopo il diritto al lavoro, una azienda per la quale – come quasi con spirito calvinista va ripetendo negli ultimi tempi Jehl – non vale la pena produrre una tonnellata di acciaio se chi la produce non ha la certezza di tornare a casa, dai suoi familiari, in buona salute.

Non sarà il regalo di Natale promesso ai tarantini da chi sbandierava la chiusura dell’acciaieria ma prendendo alla lettera l’annunciata chiusura delle fonti inquinanti, di questo stiamo parlando, e che ci sia la Chiesa in prima linea, quella Chiesa spesso a Taranto in anni passati al centro di velenose polemiche per il rapporto con l'Ilva e la famiglia Riva, è merito indiscutibile dell'arcivescovo Santoro, di quella sua voglia di ripristinare un dialogo serrato con la sua comunità, nel rispetto delle sue legittime aspirazioni per tanto tempo frustrate benché uguali a quelle che ogni padre, ogni madre di famiglia, auspicherebbero per i propri figli: salute, lavoro, qualità della vita.

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