Martedì 26 Marzo 2019 | 09:15

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«Forse un giorno gli italiani dovranno erigere una statua all’attuale primo ministro greco Alexis Tsipras»

Grazie a Tsipras per il consiglio a Roma di evitare il rischio Grecia

Chissà. Forse un giorno gli italiani dovranno erigere una statua all’attuale primo ministro greco Alexis Tsipras. I discendenti di Pericle (495-429 avanti Cristo) avrebbero dovuto farlo già adesso, visto è merito di Tsipras se la Grecia non è finita come il Venezuela, dove il pane è più introvabile della libertà. Ma è probabile che il monumento a Tsipras lo costruiranno tra 20-30 anni, non senza aver, prima, liquidato, elettoralmente parlando, il salvatore della patria. Sì, perché il copione, in questi casi, non ammette eccezioni: coloro che evitano il disastro di una nazione obbligando i cittadini al senso della responsabilità e dei sacrifìci, sono condannati a pagare, nell’urna, un conto insostenibile, che quasi sempre li costringe al ritiro dalla scena politica.

Provvederà poi la Storia a riparare all’errore dei votanti, ristabilendo la verità e risarcendo i capitani coraggiosi attraverso il loro ingresso nel Pantheon dei Grandi. Per Tsipras si profila un avvenire simile alla trama qui abbozzata.
Perché, dopo i greci, saranno gli italiani a ringraziare il giovane premier di Atene? Risposta: perché le parole del leader politico ellenico, scolpite l’altro ieri sulle colonne di un quotidiano nazionale, forse hanno contribuito a calmierare la hybris anti-europea dei due due maggiorenti del governo italiano. Che ha fatto Tsipras? Ha inviato una sorta di telegramma all’’Italia: «È meglio che facciate oggi quel che comunque dall’Europa vi faranno fare domani. Se invece avete un’altra idea - l’allusione è al divorzio dall’euro (ndr) - beh, allora buona fortuna».

Non sappiamo se, in effetti, il consiglio di Tsipras abbia davvero fatto breccia nel muro di Luigi Di Maio e Matteo Salvini con la forza di un trapano. Sta di fatto che, dopo la felice ingerenza del greco, i toni di Roma si sono ammorbiditi e i due diarchi della coalizione hanno riconosciuto che nella manovra economica osteggiata da Bruxelles qualcosa va cambiato.
Anche Tsipras, in origine, non era un fan dell’Unione Europea. Anche lui premeva per la modifica delle regole comunitarie e per la concessione di maggiore flessibilità (leggi: lasciapassare per altri debiti) agli Stati in difficoltà. Poi, davanti alla dittatura dei numeri, che per natura non sono democratici, non solo lui ha dovuto ammettere che di debito in debito il suo Paese si sarebbe incamminato verso la carestia generale, ma ha consegnato volentieri ai creditori internazionali la testa del ministro Yanis Varoufakis, simbolo del populismo ultrà di sinistra affermatosi nella terra di Aristotele (384-322 avanti Cristo). Risultato: di sacrificio in sacrificio, la Grecia sta superando lo choc di un’agonia ritenuta irrreversibile, tanto che oggi i custodi del Fondo Monetario Internazionale, della Bce e della Commissione Europea, hanno fatto le valigie da Atene per rientrare nelle loro sedi di provenienza.

Dunque. Mai consiglio fu più provvido o si rivelerà tale. Non a caso, ieri mattina, dopo l’annunciata disponibilità del governo italiano a rivedere alcuni punti della legge di bilancio, lo spread è calato all’improvviso e la Borsa si è rianimata come non accadeva da tempo. Del resto, solo un irresponsabile avrebbe potuto pensare che uno spread su quota 400 non avrebbe fatto un graffio ai risparmiatori del Belpaese. Già, nelle scorse settimane, si sono registrate più gite finanziarie a Ginevra che a Venezia, e qualcuno ha pure scoperto Tirana come approdo più sicuro per i propri capitali. Figuriamoci cosa sarebbe accaduto con uno spread ancora in crescita. La fuga del denaro, che per natura non dorme mai, avrebbe assunto proporzioni da esodo biblico.

Pericolo scampato? Mai dire gatto se non ce l’hai nel sacco, osserverebbe il bravo Giovanni Trapattoni. Alla dichiarata volontà di ridurre le impuntature dei due manovratori italiani, dovranno corrispondere gli interventi concreti. In sintesi: reddito di cittadinanza e riforma della legge Fornero sulle pensioni dovranno, come minimo, pazientare o dovranno accontentarsi di un cronoprogramma fatto di scadenze e precedenze da concordare.
Ma Di Maio e Salvini sono in competizione con l’Europa e, soprattutto, in gara tra di loro. Se uno cede sul provvedimento clou su cui ha costruito la propria fortuna elettorale, l’alleato-rivale potrebbe avvantaggiarsene clamorosamente. L’ideale, per entrambi, sarebbe un taglio lineare sui due rispettivi obiettivi. Ma anche questa soluzione è più facile a dirsi che a realizzarsi. Anche perché, nel frattempo, irrompono i sondaggi, i malumori degli irriducibili, gli sgambetti da parte dei loro nemici interni. Già non è semplice, per una nazione, reggere la forza d’urto di una sola formazione populista. Immaginiamoci resistere al pressing di due squadre competitive dichiaratamente anti-sistema, specie se questo sistema viene identificato con l’Europa.
Comunque. Prendiamo atto delle aperture di Roma verso Bruxelles e rallegriamocene. E se c’è da ringraziare Tsipras per l’inversione parziale dei governanti italiani, lo facciamo volentieri. La Grecia (ci) è vicina. Stavolta per una prospettiva più confortante.

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