Lunedì 22 Aprile 2019 | 08:01

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Niente fessi, siamo inglesi

«Se è vero che il Quirinale costa a noi contribuenti 5 volte Buckingham Palace, è superfluo supporre il divario fra Montecitorio e Senato ed i loro omologhi british»

Niente fessi, siamo inglesi

Al «Bagaglino» degli anni ’80, quello di Oreste Lionello e di Coltellacci e Pingitore per intenderci, fra le tante parodie venivano presi di mira la regina Elisabetta (Leo Gullotta) ed il principe Carlo (un generico) sulla questione «Camilla», con i due imitatori che all’accento di Oxford preferivano esprimersi in napoletano verace con punte di notevole comicità. Ciò detto, ecco spiegato il titolo per metà partenopeo. Il quale in romanesco trasteverino suonerebbe invece «Siamo Inglesi, nun t’allargà troppo». Nell’«Enrico V» di William Shakespeare siamo ancora ai tempi della monarchia assoluta ed è vero che il re aveva poteri di vita e di morte sui sudditi, ma è altrettanto vero che lo stesso sovrano era, con i suoi feudatari e con i suoi soldati, in prima linea in caso di guerra. Come di fatto avvenne nel conflitto con la Francia di Carlo VI, nel quale Henry the Fifth attorniato dai duchi di Gloucester e Bedford e dai duchi di Exeter e di York risolse la guerra con la vittoria di Agincourt (1415) battendo in duello il Connestabile di Francia Charles Delabreth che era anch’esso attorniato dal Delfino Luigi e dai duchi di Borgogna e di Bretagna.

Ma questo non vuol essere un récit storico e barboso, semmai l’intento, partendo dall’Enrico V monarca assoluto, è di evidenziare le concessioni cui furono costretti i reali d’Inghilterra prima del «Bill of Rights» (1689, sintomaticamente un secolo prima della Rivoluzione Francese) a cedere alla monarchia costituzionale che generò con le Camere dei Lord e dei Comuni quella Parlamentare. Fino al paradosso dell’era di Oliver Cromwell (1599-1658) che addirittura esautorò temporaneamente la Camera dei Lord facendo giustiziare Carlo I (1649) cui seguì la Restaurazione del 1660. E qui siamo al «punctum dolens». Quando in televisione vediamo le sedute delle Camere dei Lord e dei Comuni non possiamo non notare la ristrettezza degli spazi e l’austerità degli arredi nelle quali i relativi membri sono assiepati. Il che la dice lunga su quanto la monarchia era stata costretta a concedere, riservandosi almeno la formale austerity come risarcimento del potere assoluto perduto. Comunque l’Inghilterra attraverso l’evoluzione della monarchia e con la crescita dei politici e della borghesia conquistò un immenso impero, ma i limiti imposti a coloro che non erano di sangue blu furono sempre mantenuti sul piano formale e di protocollo.
Che dire della residenza borghese del premier britannico al numero 10 di Downing Street? È e sarà mai paragonabile al nostro Palazzo Chigi affacciato su piazza Colonna? Dopo l’ottenimento dell’Unità d’Italia del 1861 e delle Capitali «mobili», con la «presa di Porta Pia» (1870) i Savoia dal piccolo reame sabaudo, si ritrovarono a Roma e non ci pensarono troppo ad occupare il Quirinale, fino ad allora residenza dei Papi nababbi, autentica reggia «ready made» non certo paragonabile a quella di Venaria. Ma laddove non v’erano sedi già pronte per l’alloggiamento di parlamentari e senatori, ci pensarono gli stessi interessati ad individuarle in Montecitorio e Palazzo Madama, sia pur notevolmente malridotti. Considerata la squallida povertà in cui versava in quel frangente l’Italia (la cosiddetta Italietta di Giolitti) non badò certo a spese la futura Casta nel fare le cose in grande per quanto riguardava il rifacimento di quelle sedi, prendendo a modello il Quirinale.

Ed i Sabaudi, con notevole coda di paglia, durante i lunghi lavori non opinarono certo, chessò, sulla Vetrata Beltrami di Montecitorio e relativa aula con rifiniture in legni pregiati, bassorilievi in bronzo, sedute in marocchino e moquette a volontà. Idem si grandeggiava a Palazzo Madama con l’aggiunta del «red carpet». Se è vero che il Quirinale costa a noi contribuenti 5 volte Buckingham Palace, è superfluo supporre il divario fra Montecitorio e Senato ed i loro omologhi british. Tutto quanto sopra è ritornato d’attualità quando ultimamente abbiamo visto nell’angusto e austero spazio dell’aula, una stravolta Theresa May post Brexit che, affondando il coltello nell’intrigo internazionale al gas nervino (qualcosa tra Hitchcock e 007) sembrava stesse lanciando il «mayday» per una vicenda troppo grande per gli ormai striminziti confini del già perfido Albione.

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