Mercoledì 14 Novembre 2018 | 10:00

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Se il caso Genova diventa la metafora dell’Italia

«L’urlo delle sirene del porto ha lacerato il silenzio caduto su Genova. Erano le 11,36 di ieri: un mese fa alla stessa ora crollava il ponte Morandi uccidendo 43 persone. Vittime innocenti di una negligenza diffusa, di un menefreghismo assassino, di una cupidigia canaglia»

ponte Morandi

Il ponte Morandi prima e dopo il crollo

L’urlo delle sirene del porto ha lacerato il silenzio caduto su Genova. Erano le 11,36 di ieri: un mese fa alla stessa ora crollava il ponte Morandi uccidendo 43 persone. Vittime innocenti di una negligenza diffusa, di un menefreghismo assassino, di una cupidigia canaglia. Il crollo del ponte ha anche cambiato i destini di centinaia di persone che abitavano nelle case proprio sotto il viadotto maledetto. Da un mese vivono nella speranza di poter tornare a recuperare le loro cose, gli oggetti quotidiani e con essi i resti di un’esistenza.

Il governo ha da subito promesso il massimo impegno in favore delle persone rimaste senza casa e dei parenti delle vittime. Ha anche indicato nella società Autostrade (Aspi) l’unico responsabile del crollo, appesantendo la caduta del titolo in Borsa. Ieri, alla cerimonia in memoria delle vittime, il premier Conte ha portato il «Decreto per Genova» approvato giusto il giorno prima. Ma il decreto è una scatola vuota che rischia di far diventare la tragedia di Genova la metafora di quanto sta accadendo nel Paese: annunci su annunci, ma nessuna decisione concreta.

Nel Decreto Genova si prevede un commissario straordinario alla ricostruzione, ma il suo nome non è stato ancora individuato, segno che o non vi sono idee chiare o c’è una diversità di opinioni all’interno del governo o delle forze che lo sostengono. Nel Decreto mancano anche altri e forse più importanti «dettagli»: chi ricostruirà il ponte, come e in quali tempi. Dando per scontato una cosa che proprio scontata non è: che i costi saranno totalmente a carico della Società Autostrade.

Il ministro dei Lavori pubblici, Toninelli, l’altra sera ha ribadito in televisione che entro la fine del 2019 il ponte sarà pronto. A oggi non sono state ancora rimosse le macerie del crollo, cui si aggiungeranno quelle dell’abbattimento delle parti ancora in piedi. Si tratta di volumi importanti per i quali andrebbero già individuati dei siti di smaltimento. Quanto tempo andrà via per abbattere i resti del viadotto e sgomberare le macerie? Gli esperti sono cauti e non si pronunciano, i politici glissano.
Come ricostruire. Allo stato c’è solo un’idea che l’architetto Renzo Piano ha regalato alla sua città. Azione nobile e lodevole. Però è solo un’idea architettonica, non c’è un progetto vero e proprio su come sarà e quali requisiti dovrà possedere, oltre quello della resistenza e della durata nel tempo. E una progettazione a questo livello richiede competenze non comuni e approfonditi studi preventivi.

Altro punto: chi dovrà costruire. Un’azienda di Stato, dicono alcuni esponenti del governo, ritenendo questa una garanzia di efficienza, competenza e trasparenza. Un’azienda di Stato insieme con Autostrade, sostengono altri, perché quest’ultima possiede le competenze tecnologiche e professionali per farlo. Ma non è solo questione di capacità ingegneristiche. Aspi è - ancora oggi e chissà per quanto ancora - il legittimo titolare della concessione e dunque sulla rete di sua competenza nessuno può intervenire se non dietro suo esplicito consenso. Escludendo Autostrade dalla ricostruzione si potrebbe innescare un contenzioso interminabile e dall’esito incerto, con blocco dei cantieri, sospensive, ricorsi e controricorsi. Un film già visto.

La politica degli annunci può essere accettata in campagna elettorale e tollerata su questioni poco importanti. Ma non è ammissibile davanti a 43 morti e alle centinaia di persone che all’improvviso non hanno più una casa né un passato. C’è un dovere di verità che sovrasta qualsiasi esigenza politica o partitica. Ai genovesi va detto con chiarezza e realismo quali saranno i tempi e quali le ripercussioni sulla loro vita, a cominciare dalle case da abbattere e dalle attività portuali, oggi fortemente condizionate dalla viabilità disastrata. Si smetta di fare campagna elettorale sulla pelle dei povericristi e si realizzi al meglio e più in fretta possibile il nuovo ponte. Potrebbe essere l’icona del tanto sbandierato «cambiamento». 

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