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Una Repubblica fondata sui (tele) raccomandati

festa della repubblica

La raccomandazione? Sta all’Italia come il Nilo sta (da sempre) all’Egitto. In una tra le sue Satire più riuscite il poeta latino Orazio (65-8 avanti Cristo) racconta come un giorno sia stato importunato, lungo la strada, da un seccatore che gli chiedeva una raccomandazione presso il potente Mecenate (68-8 avanti Cristo), ministro della cultura e grande amico di Ottaviano Augusto (63 avanti Cristo- 14 dopo Cristo) oltre che patrono del letterato originario di Venosa. La descrizione del grottesco pressing da parte del molestatore antico non si discosta dalla rappresentazione dell’assedio odierno, cui sono sottoposti i dispensatori di prebende pubbliche.

Accadeva ai tempi di Orazio. Accade oggi, in forme forse solo apparentemente più evolute. Per un Orazio che resiste al marcamento a uomo, ci sono legioni di persone che cedono e si concedono. Fino a risvolti grotteschi.
Alberto Moravia (1907-1990) in un suo racconto breve, intitolato non a caso La raccomandazione, scrive di un disoccupato disperato che, di raccomandazione in raccomandazione, si ritrova, alla fine, davanti alla prima persona cui aveva chiesto l’intercessione.
La cultura, o meglio la subcultura, delle conoscenze - cioè l’opposto della cultura della conoscenza -, non conosce mai periodi di crisi o di recessione, soprattutto in Italia, e nel Mediterraneo. In Spagna, ad esempio, il network delle protezioni familistiche utili a fare carriera si chiama enchufismo che, a detta degli studiosi, nasce dalla profonda sfiducia che l’Europa meridionale nutre verso lo Stato.

Sorprende, perciò, il proposito del vicepremier Luigi Di Maio, di censire tutti i raccomandati d’Italia negli uffici pubblici, e innanzitutto nella televisione di Stato. È vero. La proposta di Di Maio mirava essenzialmente a contrastare, sul piano mediatico, il clamore suscitato dalla volontà dell’equipollente vicepremier Matteo Salvini di promuovere un censimento tra i nomadi. In ogni caso, però, l’idea di schedare i raccomandati d’Italia non proviene da un quidam de populo, ma da uno dei due uomini più influenti del Paese. In altri termini, non può essere recepita, o sgonfiata, come una bolla di sapone.
Il generale francese Charles De Gaulle (1890-1970) avrebbe bollato come «programma vasto e ambizioso», cioè irrealizzabile, il progetto di Di Maio di introdurre la meritocrazia al posto del raccomandificio. Uno, perché la pratica della raccomandazione è così diffusa in Italia da essere ritenuta, purtroppo, un fatto naturale, come la pioggia e il sole. Due, perché neppure milioni di microspie riuscirebbero a provare e documentare le scorciatoie irregolari utilizzate spesso per ottenere un incarico. Tre, perché l’esercito dei reprobi sarebbe così fitto che si farebbe prima e meglio a indicare i pochi non-raccomandati. Quattro, perché i criteri per la selezione dei concorrenti a un posto pubblico sono così incerti ed eterei che qualunque scelta potrebbe resistere a un controesame meritocratico.

Prendiamo il caso della Rai, cui ha fatto riferimento Di Maio. Nei giorni scorsi i giornali si sono soffermati sul numero (236) di quanti aspirano a un posto nel prossimo consiglio d’amministrazione del colosso televisivo. Ogni concorrente alla selezione ha inviato il proprio curriculum, rimettendosi alle decisioni degli esaminatori. Ma quali sono i criteri che verranno adottati nella valutazione delle domande? Cosa inciderà di più? Boh. Non si capisce. O meglio, si sa, ma non si dice. Inciderà l’affidabilità politica. Ossia: decideranno i partiti.

E ancora. Tra coloro che ambiscono al Cda figurano parecchi nomi che hanno già una storia «manageriale» e «politica» alle spalle. Seguendo il ragionamento di Di Maio, questi nominativi dovrebbero essere scartati sùbito, senza se e senza ma, altrimenti addio alla disintossicazione dalla politica (dai partiti). Ci ritroveremmo pari pari in una pagina de Il Gattopardo versione aggiornata.
Ma siccome non si ha notizia di simili intenzioni-correzioni innovative, non è necessario ricorrere a mago per venire a sapere che il matrimonio tra politica (partiti) e Rai è indissolubile, che si vincono le elezioni soprattutto per controllare la tv pubblica (più dello stesso governo), e che la scelta dei nuovi amministratori Rai (non solo dei designati al Cda) viene ritenuta più delicata e importante dello stesso casting ministeriale.

L’unica soluzione per estromettere la politica dalla Rai sarebbe quella di privatizzare la tv pubblica. Ma non è neppure detto che, anche in questo caso, le pressioni da parte della politica svanirebbero d’incanto. L’economia italiana è intrisa di patti scritti e patti inconfessabili tra classe politica e gruppi di potere economici. Certo, con la privatizzazione della Rai qualcosa migliorerebbe, anche se solo un illuso potrebbe scommettere sull’eutanasia del fenomeno «raccomandazione».
In ogni caso, l’approdo della Rai sul mercato costituirebbe un progresso e forse potrebbe risolvere almeno in parte il problema dei tele-raccomandati che il buon Di Maio intende affrontare, così come vorrebbe fare Salvini con i rom. A colpi di censimento. Bah.

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