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il libro

Bari, la dannazione
della «Socia»
e il castigo di Dio

Il romanzo di Marcello Introna su un caseggiato di Piazza Luigi di Savoia ambientato nel 1943

Bari, la dannazionedella «Socia»e il castigo di Dio

MARIA GRAZIA RONGO

Brutti, sporchi e dannati, fino all’inverosimile, fino all’indicibile. Fino a diventare i protagonisti di un romanzo crudo, capace di suscitare sentimenti forti, come anche quello di chiudere il libro a un certo punto e scaraventarlo lontano, per poi andare a riprenderlo e accarezzarlo, come si accarezzano le cose vere, a cui tieni, e che ti hanno sbattuto in faccia una verità difficile.
Non manca niente nel nuovo romanzo di Marcello Introna, Castigo di Dio (pp. 300, euro 19,00) in libreria dal 16 gennaio per Mondadori. La trama, i personaggi, i luoghi. Tutto si tiene nella costruzione di una storia avvincente, nel racconto di una Bari lontana nel tempo – siamo nel 1943 - svelata rispetto a vicende taciute, nascoste, le nefandezze avvenute in un grande palazzo che sorgeva in piazza Luigi di Savoia, detto «la Socia».

La Socia non è la Gomorra o la Suburra dei nostri giorni. Non si delinque per soldi e potere, si uccide e basta, si stupra, si rapisce, si muore di fame tra quelle mura che trasudano muffa, sangue e sogni spenti, e fuori la vita scorre uguale, come se niente fosse, nell’Italia della seconda guerra mondiale.

Castigo di Dio è la seconda prova narrativa di Introna, dopo l’esordio con Percoco (edito dalla pugliese Il Grillo nel 2012 e ripubblicato da Mondadori l’anno scorso). L’autore, barese, quarant’anni, veterinario, è autore e sceneggiatore televisivo.

Introna, perché ha voluto raccontare la storia della «Socia»?
«Perché questa storia non mi ha più abbandonato da quando ho iniziato a fare le mie ricerche per Percoco. Avevo trovato alcuni riferimenti a questo caseggiato e ne ero rimasto colpito. Mi chiedevo come fosse possibile che nella mia città di sole e mare potesse esserci stata una realtà come la Socia. Anche se poi reperire notizie specifiche è stato difficilissimo. È come se ci fosse una sorta di rimozione collettiva a Bari riguardo quel palazzo demolito negli anni Sessanta. Utilissimo mi è stato anche questa volta l’archivio della “Gazzetta”. A parte tanti mitomani, sono riuscito a parlare con una sola abitante della Socia, la signora Mina Catacchio, che però ha conservato un ricordo romantico, legato all’umanità che teneva insieme quei poveracci».

Perché ha ambientato le vicende nel 1943?
«Perché sono accadute cose importanti per la storia cittadina. L’eccidio di via Niccolò dell’Arca, il bombardamento del porto. E proprio in quel periodo nella Socia è successo di tutto, a causa di una grande latitanza da parte delle istituzioni dell’epoca. Basti pensare che in alcuni documenti ho trovato che orfani abitanti lì, a cinque anni avevano la sifilide, e ciò può significare solo una cosa, e cioè che venivano abusati sin da piccolissimi».

Nel libro la storia di Bari si intreccia con i fattacci del palazzo. Lei ad esempio racconta che il commando che sparò insieme alla milizia fascista, in via Niccolò dell’Arca, il 28 luglio 1943, partì proprio dalla Socia...
«Sì, ho voluto dare un volto a quegli assassini. Credo che intrecciare alla finzione narrativa la realtà dei fatti sia un vantaggio per lo scrittore, perché deve studiare e ricercare, e per il lettore che approfondisce i fatti».

Anche alcuni personaggi del romanzo sono realmente esistiti?
«Certo, alcuni sono personaggi reali, come Amaro, il “re” della Socia, nella quale vigeva un’organizzazione verticistica di cui lui era il capo incontrastato, e Anna la “puttana letterata”, una prostituta che alternava lezioni di latino e greco al suo meretricio. E poi ci sono personaggi veri che ho collocato in un altro tempo e in un altro spazio, come Lorenzo, il bambino venduto a un pedofilo ricco, che è Lorenzo Varichina, immaginato nella sua infanzia, e Francesco, ispirato al mio amico Damiano Russo, l’attore barese scomparso a soli ventotto anni e cui il libro è dedicato».

Cosa le ha dato scrivere questo libro e cosa si aspetta ora dalla sua pubblicazione?
«Ho impiegato quattro anni per scriverlo, e se all’epoca mi avessero detto che avrei pubblicato due libri con Mondadori, mi sarei messo a ridere di gusto. Invece è accaduto quindi non poniamo limiti alla benevolenza divina. Scrivere della Socia mi è servito anche a esorcizzare molti miei demoni personali. Nel tempo ho sicuramente acquisito una consapevolezza narrativa perché ho la fortuna di interagire con una editor eccezionale, Joy Terekiev. Alcuni dicono che questa storia si presti benissimo a una trasposizione cinematografica. Mi preparo a presentare il romanzo nella mia città e poi a scrivere un’altra storia, non terribile, questa volta».

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