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i documenti

Eccidio via Dell'Arca
via il segreto militare
«Fu strage a freddo»

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VITO ANTONIO LEUZZI

La strage di via Niccolò dell’Arca a Bari il 28 luglio 1943, uno degli eventi più impressionanti e dolorosi della storia nazionale dopo il crollo del fascismo, evidenzia il clima di forte intimidazione e di violenta repressione imposta da Badoglio e dalla monarchia senza soluzione di continuità con il regime mussoliniano. Il recente rinvenimento degli atti del procedimento giudiziario della Procura Militare di Bari, consente, nonostante il tempo trascorso, di ricostruire tutta la dinamica di una vera e propria azione di guerra contro cittadini inermi. Si sparò ripetutamente contro studenti in fuga, contro adolescenti, contro insegnanti, artigiani, giovani apprendisti, colpendoli alle spalle o quando già erano a terra (diversi manifestanti furono travolti dalla fuga precipitosa dopo i primi spari).

Il bilancio ufficiale fu di 20 morti e di 38 feriti registrati dalle strutture medico-militari, ma il loro numero preciso non fu mai accertato (i feriti leggeri non ricorsero alle strutture pubbliche per evitare l’arresto). Su denuncia infatti del questore di Bari e per ordine dell’autorità militare, tutti i feriti ed i moribondi furono piantonati, mentre i morti furono trasferiti nottetempo al cimitero in un clima di vero e proprio stato d’assedio.

I referti dei medici dell’ospedale militare e l’indagine necroscopica indicavano che le vittime ed i feriti risultavano colpiti da «proiettili sparati da fucili, fucili mitragliatori, da pistole», con traiettorie diverse: frontali, dall’alto verso il basso, dal basso verso l’alto, da sinistra a destra e da destra verso sinistra. Inoltre i documenti relativi agli interrogatori dei feriti nel corso degli accertamenti della procura militare - in seguito sospesi per ordine del Comando del IX corpo d’armata - indicavano la presenza sul luogo della strage, in via Niccolò dall’Arca e in prossimità del Cinema Umberto (uscite laterali sulla stessa strada) non solo di un plotone di «autieri», disposto a difesa della federazione del Partito nazionale fascista, ma anche di altri militari, tra cui un sergente della Marina, carabinieri, poliziotti e di militi fascisti.

Appare evidente da questi dati inconfutabili che il ricorso all’uso delle armi (si sparò ripetutamente) non avvenne solo da parte del reparto militare. In questa direzione assume rilevanza la relazione del comandante della legione territoriale dei Carabinieri, Geronazzo, al generale Melis presso il Comando del presidio militare, che chiarì sulla base del rapporto di una pattuglia dei militari dell’arma che si trovava sotto la sede della «Gazzetta del Mezzogiorno» in piazza Roma, a pochi metri dal luogo dell’eccidio: «...Nel frattempo il sergente C.D. della classe 1911, appartenente al battaglione S. Marco PM999, che si trovava tra i dimostranti, portatosi alle spalle del cordone degli autieri, esplodeva contro gli stessi dimostranti alcuni colpi della propria pistola, cui seguivano altri colpi, sparati da due persone affacciatesi ad una finestra dello stabile della federazione. La truppa faceva allora fuoco...».

L’indagine della Procura militare, avviata su sollecitazione del questore dell’epoca, noto per la sua azione persecutoria contro gli oppositori del regime a Bari sin dalla fine degli anni Trenta (arresti e invio al confino tra gli altri di Tommaso Fiore e dei suoi figli, tra cui Graziano che morì nella strage, di Michele Cifarelli, di Nino Laterza , e sequestri di libri della casa editrice) si chiuse in tutta fretta per ordine del Comandante del IX Corpo d’Armata, generale Lerici.

Tuttavia nel «Pro memoria della Procura militare», che permise di scagionare i manifestanti dalle accuse gravissime mosse dal questore Pennetta, si evidenziava che «il fatto dell’adunarsi a fine patriottico» non assumeva un «significato illecito». In detta relazione si escludeva in definitiva «qualsiasi azione criminosa da parte dei manifestanti». Sulla base di queste risultanze il Comandante del IX corpo d’Armata, il 18 agosto del 1943, ordinava: «che non sia fatto luogo ad esercizio dell’azione penale a carico delle persone di cui alla denuncia sopra specificata».

Da quel momento in poi e dopo la frettolosa chiusura di un altro procedimento del Tribunale militare di guerra di Taranto (che assolveva il sergente della Marina accusato di aver aperto il fuoco contro i manifestanti) calò il sipario su una strage rimasta senza giustizia e senza verità. Rimase, inoltre, inascoltata, circa un anno dopo, la richiesta del settimanale del Partito d’Azione «L’Italia del popolo» di riaprire le indagini. Si affermava infatti nell’articolo: «E facile intendere: gli assassini del 28 luglio del 1943 non potevano essere colpiti da quelle stesse autorità militari e di polizia, cui invece non ripugnò di catturare i dimostranti moribondi, che poi decedettero in stato di arresto; capovolgimento morale maggiore è difficile riscontrare negli annali giudiziari».

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