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Almodóvar, il futuro è il primo desiderio

Un regista in crisi, l'infanzia e la morte in "Dolor y Gloria"

Almodòvar, il futuro è il primo desiderio

«L’amore non basta a salvare chi ami», confessa a un certo punto Antonio Banderas che interpreta il personaggio di Salvador Mallo, alter ego di Pedro Almodóvar. Ha una cicatrice lungo la spina dorsale per un’operazione chirurgica e si rilassa, immobile, sul fondo di una piscina. L’acqua dà il la a Dolor y gloria, ieri in concorso al Festival di Cannes in contemporanea con l’uscita nelle sale italiane. È forse il film più personale e, certo, il più dolente del regista spagnolo, settant’anni il prossimo 25 settembre. Menzionare l’età conta, visto che è un’opera sulla vecchiaia incipiente e l’assedio dei malanni - emicranie, acufene, reflusso gastroesofageo e naturalmente mal di schiena -, riassunti in una sorta di cortometraggio a disegni animati, «Anatomia» di Juan Gatti.
Ma è soprattutto un’opera sui ricordi e l’infanzia, gli amori perduti e l’arte - il cinema, il teatro, la scrittura - che cura senza guarire. Perché semplicemente non si guarisce dalla «bellezza e finitezza dell’essere al mondo» (Sigmund Freud, chi altri?). Il punto è superare la paralisi, la depressione, le fobie e le dipendenze, per esempio il fumo dell’eroina che irretisce il protagonista, e ricominciare a creare. Almeno una volta ancora.


È vero che Dolor y gloria guarda all’inarrivabile 8 ½ di Fellini, il cui poster del resto accoglie il visitatore nello studio madrileno di Almodóvar, come sempre prodotto dal fratello minore Agustín per «El Deseo». La crisi esistenziale nel capolavoro felliniano assale Mastroianni nella mezza età, invece qui è senile e viene narrata con lo sguardo proprio dell’«unico autore spagnolo conosciuto in tutto il mondo», come un amante ritrovato dirà a Salvador dopo 35 anni di lontananza. Al punto che Almodóvar nei titoli si firma soltanto con il cognome, è un «marchio», piaccia o non piaccia il suo cinema.
Negli ultimi anni non sempre Pedro ha convinto, ma stavolta riserva un film tanto malinconico e crepuscolare, quanto ricco di riflessioni e tenerezza. I colori sono i «suoi» di sempre, quel paradossale impasto di verdi e rossi squillanti eppur soffusi, ma Dolor y gloria non ha la consueta cifra melodrammatica; piuttosto è realistico, pensoso, contemplativo. La storia approda là dove tutto principia: l’infanzia e «il primo desiderio» omosessuale (el primer deseo) rimosso o dimenticato. È lo script della vita a venire, riflesso in un acquerello che prodigiosamente raggiungerà il destinatario mezzo secolo dopo...
Nella piccola Tv in bianco e nero una struggente Mina canta Come sinfonia, altrove risuonano le note tristi di Chavela Vargas, mentre sul viale del tramonto Almodóvar sgrana il rosario materno o gli occhi del bimbo, insomma i flashback di una vita fin dall’emigrazione della famiglia del protagonista a Paterna, nella provincia di Valencia, in cerca di fortuna. La giovane mamma Penélope Cruz lava i panni in riva a un ruscello e quella anziana Julieta Serrano rimprovera laconicamente Salvador («Non sei stato un buon figlio») e gli consegna le istruzioni per il passaggio nell’Aldilà. Intanto tornano di scena gli amanti di un tempo, non senza un bacio gay da antologia, e gli esordi artistici nella Madrid libertaria e insonne degli anni Ottanta, che nella movida si liberava della residua eredità franchista. Non caso, diremmo, in Dolor y gloria oggi la capitale spagnola si vede poco o punto: il presente è quasi tutto in ambienti interni, scenografie della nevrosi di Salvador (la bella dimora, gli studi medici, l’abitacolo dell’auto). Al contrario il passato è solare, all’aperto, non oppressivo persino nella cueva, la casa-grotta di Paterna, illuminata da un lucernario.


Antonio Banderas, che ha 58 anni ed è reduce dall’infarto del 2017, esordì con Almodóvar nell’82 in Labirinto di passioni e per i due Dolor y gloria è l’ottavo film insieme, se non sbagliamo. È bravissimo, dimesso, sottotono, non gigioneggia e davvero è riuscito a... «liberarsi di Banderas», come gli aveva chiesto l’amico Pedro, il quale ha chiamato a raccolta altri attori del suo storico «clan» (Cruz, Serrano, Cecilia Roth). «L’amore non basta a salvare chi ami», vero. Ma le persone amate in tempi diversi, sin dai verdi anni, possono forse salvare l’idea, il fantasma, il film dell’amore.

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