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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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L'intervista

Gino Paoli in concerto a Bari: «Servono canzoni educate»

Il cantautore sarà in concerto martedì 29 al Teatro Petruzzelli

Gino Paoli in concerto a Bari: «Servono canzoni educate»

«Lo so che può sembrare una frase fatta, ma sono molto felice di tornare a Bari perché è una città che mi ha sempre accolto calorosamente, facendomi sentire a casa». Non si sbaglia Gino Paoli: per il suo concerto di martedì 29 al Petruzzelli, inserito nella stagione della Camerata, i biglietti sono ormai tutti esauriti. È l’ennesimo abbraccio di un pubblico che non ha voluto mancare all’appuntamento con «Paoli canta Paoli», il recital nel quale l’ottantaquattrenne cantautore sarà accompagnato da Rita Marcotulli al pianoforte, Ares Tavolazzi al basso e Alfredo Golino alla batteria.


Paoli, quest’anno festeggia i 60 anni di carriera. Quali i ricordi, le emozioni più care?
«In tutta sincerità non guardo mai a ieri, ma sono sempre concentrato sul domani, sul prossimo concerto che mi aspetta, in questo caso, quello di Bari. In genere affronto le cose come vengono e poi, se mi guardo alle spalle, trovo troppe persone che non ci sono più e mi mancano».


Il grande Hoagy Carmichael, l’autore di «Polvere di Stelle», si complimentò per «Senza fine» confessandole che avrebbe voluto scriverla lui. C’è invece una canzone che avrebbe voluto scrivere lei?
«Probabilmente Imagine di John Lennon, perché corrisponde a ciò che penso, a come vedo il mondo».


Quest’anno si celebra il ventennale di Fabrizio De Andrè. Come lo ricorda?
«Come un amico che mi piaceva molto. Ho di lui un ricordo molto dolce, che risale agli inizi della sua carriera. Fabrizio aveva paura del pubblico, paura di cantare e noi lo buttavamo sul palco in tutte le maniere. Mi manca molto».


A proposito di perdite, ci ha appena lasciati Michel Legrand.
«Lo apprendo da lei e mi dispiace molto. Prima o poi tocca a tutti, ma il guaio è quando vengono meno gli amici veri, quelli bravi che hai amato di più, anche da lontano, come appunto Legrand».


A giorni s’inizia il Festival di Sanremo. Ha ancora senso secondo lei? Crede che andrebbe ripensato?
«Sanremo è un rito nazionale, come la messa la domenica, la festa della bandiera. È uno di quegli appuntamenti ricorrenti di cui non si può fare a meno. Detto questo, sono convinto che andrebbe ripensato, magari riportato alle regole degli inizi, quando le canzoni migliori venivano scelte anche dagli editori, guardando al mercato estero e solo dopo si pensava a chi le avrebbe interpretate. Era un filtro prezioso, perché gli editori sapevano fare il loro mestiere e anche i loro affari. Dietro il successo internazionale di Senza fine, c’era il lavoro del mio editore, Mariano Rapetti, il padre di Mogol. Lui metteva le canzoni in valigia e andava a piazzarle in mezzo mondo».


A proposito di testi, parliamo del caso Sfera Ebbasta. Che pensa degli «scandalosi» rapper?
«Diciamo che, a priori, i testi dei rapper sono volutamente provocatori. Poi però un grande autore deve fermarsi su due punti importanti: la censura e l’educazione. Per censura intendo che non vado a casa di mia madre a dire cose che lei non vuol sentire e andare in Tv significa appunto entrare in casa delle persone. Karl Popper diceva che per andare in Tv serve la patente. L’educazione significa tentare di dare qualcosa che elevi l’anima, non che la abbassi. In generale, l’artista è per sua natura un trasgressore, ma oggi il problema è che i limiti sono stati trasgrediti dagli imbecilli, non dai grandi artisti».

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