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La mia odissea in treno per disertare l’Arena di Baglioni

Per colpa di un suicidio, circa 500 viaggiatori sono rimasti prigionieri dell'8814, molti di questi erano diretti al concerto di Claudio Baglioni, ma non sono arrivati in tempo

Claudio Baglioni in tour  anche a Bari il 6 novembre per i 50 anni di carriera

Il 16 settembre 2018 una donna tormentata dai fantasmi dell'anima decide di uscire di casa. Domenica mattina. Comincia a camminare verso la stazione ferroviaria di Cattolica San Giovanni Gabicce, quindi lungo i binari fino al momento in cui capisce che l'unica via d’uscita è lasciare questo mondo. Così si getta sotto il primo treno di passaggio, l'8814 Freccabianca, il Lecce/Milano delle 6 e zero tre. Mezzogiorno. È mezzogiorno quando il treno rallenta fino ad arrestarsi sul lieve dislivello di una curva. Guardo l'orologio. Tra un'ora e mezza l'arrivo a Bologna, da qui la coincidenza per Verona, dove gli amici aspettano mi per il nostro rituale di tutta una vita: andare ai concerti di Claudio Baglioni.

Ma il treno non riparte e dopo un quarto d'ora la voce del capotreno annuncia ferale: «Siamo in attesa dell’autorità giudiziaria per accertamenti a seguito dell’investimento di una persona». Ecco, da qui comincia la lunghissima avventura di circa 500 viaggiatori rimaste prigioniere dell'8814 almeno per le sei ore successive al momento in cui la povera donna ha deciso di farla finita. Si sa, in questi casi i tempi sono estenuanti: aspetta che arrivino le forze dell'ordine e poi i vigili del fuoco e poi il pm di turno, il sopralluogo, i rilievi, le dichiarazioni. Aspetta che si chiarisca in qualche modo la dinamica, perché anche se è evidente a tutti che si tratta di un suicidio, la procedura vuole che si prendano in considerazione tutte le ipotesi, dall'incidente all'omicidio. Però, tutte queste cose, vagliele a spiegare a viaggiatori frementi: chi ha una coincidenza, chi un appuntamento di lavoro, chi una visita specialistica, chi va di fretta, chi soffre di claustrofobia, chi è irrequieto a prescindere e chi, oltre tutto, deve fumare (e vai a ragionare con i fumatori in astinenza).

Il capotreno aggiorna i poveri viaggiatori dall'altoparlante: l'autorità giudiziaria ancora non arriva, però si può andare al bar e prendere acqua e qualche snack, ovviamente gratis, ma bisogna smetterla di andare a chiedergli in continuazione quando si riparte, il trasbordo su un altro convoglio non si può fare perché è pericoloso e il macchinista è attualmente in stato confusionale (magari questa il capotreno ce la poteva risparmiare perché tutti si domandano come si potrà ripartire col macchinista sotto choc).

Intorno alle 16 la situazione peggiora, la corrente elettrica viene staccata, e dunque l'aria condizionata, per consentire ai vigili del fuoco di «rimuovere i resti», linguaggio pulp del capotreno che nel frattempo con voce concitata invita i viaggiatori a non farsi prendere dal panico. Ma non è che sta lui nel panico?, domanda qualcuno. Per fortuna vengono aperte le porte così almeno i fumatori smettono di dare fastidio. Una madre, invece, è in ansia per la bimba di 4 mesi. «Non ho portato tante poppate», spiega a uno dei controllori che attiva i vigili del fuoco: raggiunta una farmacia, la squadra torna indietro con il latte per la piccola. Più angosciata una donna attesa al «Gaslini» di Genova per le 7 e 30 del mattino dopo: «Mio figlio si deve operare e io sto perdendo tutte le coincidenze della sera. E domani mattina nessun mezzo arriva in tempo utile». Qualcuno le consiglia di rivolgersi alla Polfer appena giunta a Milano.

«Stiamo per ripartire», l'annuncio dall'altoparlante viene salutato da un applauso intorno alle 18. Nel frattempo gli amici da Verona fanno il tifo per me e mi inviano indicazioni con una serie di treni alternativi che posso prendere da Bologna. Arrivarci, a Bologna... perché il Frecciabianca Lecce/Milano, alla stazione di Rimini, termina per sempre la sua corsa. Tutti e 500 fuori dalle carrozze. Informazioni sul da farsi? Nessuna. Annunci dall'altoparlante? Macché. Ognuno cerca di capire come continuare il viaggio. Frenesia, ansia, tensione, gente di corsa, personale di Trenitalia a terra che non sa cosa dirti. Fino a quando dal tam tam di marciapiede si leva, in modo assai carbonaro, la voce «binario 4». E vai, tutti disperati verso l'Intercity fermo sul binario 4, una scena da assalto al convoglio, come la partenza del dottor Zivago con migliaia di persone in fuga da Mosca verso gli Urali. Ci stipiamo nell'Intercity come sardine, chi nei corridoi, chi su predellini, chi fa le contorsioni sui grandi trolley ammassati davanti alle porte. Si parte? No. L'intera linea adriatica è un fuoco di ritardi e proteste. Solo dopo le 19 dal binario 4 si riprende il viaggio. «Ce la puoi fare! Il concerto comincia dopo le 21». Mah... nel frattempo arrivo a Bologna. Sono le 20 e 20. Devo arrivare a Verona e l'unico treno rimasto è un Frecciarossa che parte alle 20 e 45. Provo a chiedere aiuto a tutte le donne e gli uomini in divisa di Trenitalia che mi trattano come un leghista con dinanzi un profugo della Diciotti. Alla fine trovo il binario 16 al quinto piano interrato della stazione di Bologna e riesco a partire per Verona chiedendomi perché in questo Paese una tragedia individuale (il suicidio di una povera donna) debba diventare un dramma collettivo. Arrivo poco prima delle 23. Raggiungere l'Arena per vedere l'ultima ora e mezza del concerto? Non ci penso nemmeno. Sogno una doccia dove infilarmi dopo aver toccato i corrimano di mezza Italia. Alle 23 e 35 spengo la luce nella mia stanza d’albergo e mi metto a dormire.
Ultima notizia: non ho ancora picchiato chi continua a dirmi che è stato il concerto più bello di Claudio.
Ultima considerazione: forse ha ragione il barese medio quando consiglia stateviallecase!

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