L'intervista

«Mater Nullius», all'Officina degli Esordi la liturgia laica e sperimentale di Davide Ambrogio

Calabrese doc., polistrumentista, arriva a Bari con un progetto di 14 brani in dialetto pensati come 14 «fermate» di un percorso simbolico che richiama la Via Crucis come struttura emotiva e spirituale

Una liturgia laica di voce, tamburi ed elettronica è quella che stasera, venerdì 13 febbraio, Davide Ambrogio proporrà all'Officina degli Esordi di Bari, presentando l'intenso progetto Mater Nullius («Madre di nessuno»). Tra gli esponenti più riconoscibili della nuova scena di ricerca legata alle musiche di tradizione, Ambrogio è un polistrumentista calabrese cresciuto a Cataforìo, nel cuore dell’Aspromonte (ma con un forte legame con la Puglia per amore), e lavora a cavallo tra radici popolari e sperimentazione. L’opera si articola in 14 brani, quasi tutti in dialetto, pensati come 14 «fermate» di un percorso simbolico che richiama esplicitamente la Via Crucis, non tanto in senso religioso quanto come struttura emotiva e spirituale.

Ambrogio, parliamo del largo uso del dialetto...

«La scelta non è filologica o letteraria, ma una questione evocativa e musicale. Ancora oggi quando torno in Calabria parlo dialetto con i miei genitori, con gli amici, il primo contatto con il mondo della tradizione orale è nato proprio attraverso il dialetto, è stato spontaneo. Poi per questo disco devo dire che una parte del lavoro è stata completata in Sicilia, quindi abbiamo mescolato un po' di inflessioni di quella terra...».

È molto interessante il richiamo alla Via Crucis, che ha un significato che va oltre quello spirituale...

«Ho utilizzato il mito della Pasqua, che in ebraico vuol dire “passaggio”, per raccontare il percorso del protagonista verso una trasformazione, dalla morte a una nuova rinascita. Mi è piaciuto riprendere i codici e le simbologie della Settimana Santa, soprattutto del Sud Italia. Ogni stazione ha un tema diverso: la crisi, il denaro, la rinascita e il dolore, c'è un filo narrativo».

Il lavoro è stato registrato in luoghi fortemente simbolici: «Il Bosco» della famiglia Cortese e le grotte della Gurfa ad Alia, in provincia di Palermo. Quanto l’ambiente reale ha inciso sul suono finale dell’album?

«Più che incidere sul suono, il suono nasce proprio dentro quei luoghi, quei luoghi hanno risuonato, soprattutto la grotta. Con il mio collaboratore e co-produttore dell’album, Walter Laureti, volevamo dare un suono “vivo” rispetto a un modo di fare produzione musicale oggi molto artificiale, pulito e limpido, ma a volte troppo asettico. Il mio messaggio era influenzato da una musica rituale, viva, popolare, quindi il suono doveva essere crudo. In studio non potevo crearla questa cosa: registrare all’esterno o in grotta ha fatto sì che i suoni andassero in quella direzione. È stato più complesso tecnicamente, ma era il suono che doveva uscire».

Dal vivo invece come lo porta sul palco?

«Non è difficile, anche se è un bell'esercizio di energia fisica. L’album è stato pensato come se più persone suonassero insieme, quindi il live è una trasposizione dell’album, anche se le dinamiche cambiano. Di solito siamo in quattro o cinque sul palco, io canto, suono la chitarra e le troccole. La tenuta live aggiunge molto, perché l’album è solo una fotografia di quel suono, dal vivo raggiunge la sua potenza maggiore».

Cosa spera che chi viene ad ascoltarla possa assorbire da questa musica?

«Spero si dimentichi che è un concerto. Ovviamente lo è, si paga un biglietto, ma questo lavoro sul suono è ispirato a un modo di concepire la musica che non è solo spettacolo o performance. Se anche solo poche persone si perdono nel suono e sono immerse così come lo siamo noi quando suoniamo, allora forse avremo raggiunto l’obiettivo».

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