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Storia e cultura

A Barletta le maschere anti-iella: tra credenze, storie e clic

Una suggestiva collettiva di fotografi barlettani raffigura delle immagini di grande interesse ritratte sulle facciate di alcuni edifici del centro storico

BARLETTA - Quelle che osservate in questa pagina e che alzando gli occhi potreste ammirare su alcuni palazzi antichi di Barletta, al pari di altri centri della nostra terra, fanno parte di una mostra fotografica che ha chiuso i battenti ieri nella galleria del teatro Curci organizzata dal gruppo Barletta Fotografica.
La collettiva intitolata «Gurie» si è prefissa l’obiettivo di valorizzare le figure delle credenze popolari che vanno in contrasto a quelle importate dal marketing, ossia Halloween.
Gli autori di queste espressive e uniche maschere apotropaiche sono Deborha Filannino, Mimmo Messa, Fabio Corcella e Costantino Sardaro.

«L'aggettivo apotropaico apotrépein = "allontanare") viene solitamente attribuito ad un oggetto o persona atti a scongiurare, allontanare o annullare influssi maligni. Si parla ad esempio di monile apotropaico, rito o gesto apotropaico e certamente di maschere o figure con questa particolare peculiarità. Anche se probabilmente la maggior parte della gente non ci fa particolarmente caso o non è pienamente consapevole della loro simbologia originale, fino ai primi anni del novecento, era uso comune porre sull'architrave delle porte o a ridosso di finestre e balconi queste figure, ricche di significati simbolici, testimonianze antichissime di scalpellini e mastri muratori, ricche di simboli anche esoterici ed iniziatici», scrive Sardaro in una nota.

E poi: «Per riuscire ad allontanare la malasorte (apotrepein in greco antico), le maschere dovevano essere mostruose, in grado di spaventare gli spiriti maligni e tenerli distanti dall’abitazione. L’iconografia delle maschere è molto varia, di solito sono rappresentazioni antropomorfiche più o meno paurose derivanti dai prototipi magno – greci : Satiri e Gorgoni in pietra o terracotta che ornavano per lo più le antefisse dei templi greci e romani. Tuttavia, i modelli più diffusi sono facce demoniache con lingua di fuori e corna vistose pronte a scongiurare l’ingresso di energie negative. Ma altri simboli apotropaici erano costituiti ad esempio dal ferro di cavallo posto a mo’ di corna, teste scarnificate di bovino, oppure scope legate o inchiodate nei pressi di usci o finestre».

La conclusione: «Altra usanza abbastanza diffusa era quella di inchiodare gli uccelli, preferibilmente notturni, sugli stipi delle porte, rito anche questo molto antico di origine romana, che ritroviamo anche nella “Metamorfosi” di Apuleio (…) “li prendono e li inchiodano alle porte perché con la loro morte atroce facciano penitenza delle disgrazie che il loro volo infausto reca alle famiglie”. Tutti questi riti sono legati a simbolismi comportamentali legati alla “soglia”: difatti si tramanda che l’ingresso fosse sede di numerose presenze spirituali ,controllato da potenti“Guardiani”, custodi dei passaggi tra i mondi a cui è possibile accedere solo dopo aver superato particolari prove iniziatiche. Tra i simboli apotropaici ricorrenti, collocati nei punti di accesso delle case come porte e balconi, si riportano anche il leone, la conchiglia ed i fiori, di cui il primo rappresenta la potenza, forse riferito anche alla stirpe della famiglia, e la conchiglie ed i fiori invece evocano l’accoglienza. Anche Eolo, il Dio del vento, viene spesso posizionato davanti le porte per soffiare con la sua potenza, le brutte negatività».

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