Giovedì 30 Giugno 2022 | 16:29

In Puglia e Basilicata

Le strade di Bari

Da Santo Spirito alla rivale Palese: campanilismo e pace fra mare e papere

L'undicesima puntata del viaggio per le vie più iconiche del capoluogo e dintorni

28 Maggio 2022

Alberto Selvaggi

Dopo via Argiro, via Melo, via Re David, viale Europa, via Prayer (Sant’Anna), via Lattanzio, via Mazzitelli, strada interna al Porto nuovo, la via del Castello piazza Federico II, e corso Cavour prosegue con questa undicesima puntata il viaggio per le strade di Bari

L’importante è che ci siano le papere. Il resto non conta: la riqualificazione, la viabilità sgozzata dalle piste che si intersecano e si accavallano. Quando ci sono le papere c’è tutto e tutto cambia, così superiormente inutili, così divinamente candide, collo eretto o capa sotto nel mare pesante d’oli di barche e di alghe squagliate, forti dell’essere indifese nell’arrivo del pericolo che affrontano con la fuga e lo starnazzo.

Pace. Nel porto di Santo Spirito, quartiere di Bari, sono intoccabili assieme alle anatre, ultime arrivate due dal becco rosso, portafortuna dei marinai, alle quali si aggiungono i becchi curvi dei pappagalli assiepati in condomini sui pini, i randagi accuditi con dedizione dal noto gattaro. Un fronte animalista metropolitano rappresentato dalla statua sulla fontana zampillante della piazza principale: San Francesco con uccelletto fra le mani. L’illuminato passato di qua verso Terra Santa che diffuse attraverso la poesia il senso di amore universale fra bestie a due e a quattro zampe, la compassione che nell’interdipendenza ci associa in un elemento palpitante, e che gli orientali analizzarono con modalità scientifiche millenni prima del Poverello di Santo Spirito.
La vita nostra è lunga grosso modo quanto un palmo di mano, segnato difatti da linee che la rappresentano in dettaglio. E probabilmente è meglio condurla in una comunità ristretta nella naturalità di case basse, di pochi luoghi di riferimento e di aggregazione, marine classiche, meno stress, spostamenti, necessità facilitate, almeno finché l’inferno dell’estate non divorerà tutto quanto. Fortunati quelli che hanno vegetato d’inverno e in primavera nei paraggi, o nel proseguo di Palese più giù verso Bari, altra accolita di senzienti, distinta dall’appartenenza territoriale, villeggianti, stanziali, pendolari fra la linea del mare e il Murat distante undici chilometri da qua.

ME NE FREGO È gente che se ne frega e fa bene a fregarsene. Magari si può dire che alla fine, sia che si campino tranquillamente gli anni che ci hanno imposto di vivere, sia che ci si ostini perversamente a infliggerci il male, non cambia molto, dato che il finale è sempre uguale. Però ci si può divertire a stare meglio, può essere un divertimento anche questo, non c’è solamente il drogarsi. Per cui uno può prendere la decisione di trasferirsi a Santo Spirito, nella Marineria originaria frequentata un tempo dai bitontini, oppure a Palese, già teatro di modugnesi in vacanza, e allungarsi fino al porto principale dove c’è la sede dell’Associazione Armatori e in cui fa palafitta l’Asd Nautica, per guardare le papere, e guardare che guardano, o pensare che pensano, o fissare i punti di vuoto come fanno questi pennuti dalle ali immacolate, e non coglierci niente esattamente come loro senza fare qua-qua.

A occhio, sulla via costiera da Palese a Santo Spirito, benedetta dalla chiesa dello Spirito Santo, la gente sta meglio che in città. Tanto che ambedue le fazioni, che non si detestano ma neppure si amano, condividono almeno l’abitudine di sgradire Bari.
Chi ne ha fatto il suo albergo, o un punto di riferimento, insomma qualcosa di importante nell’organizzazione degli anni solari, stabilisce solitamente un atteggiamento duplice in due emisferi del cranio: si considera di Bari, lo resta, ma è pure santospiritese e con i santospiritesi fa comunità. O ancora è di Bari, lo resta, ma è pure palesino e con i palesini e il loro campanile fa comunità. Chi ne usufruisce invece come residenza stabile e magari ci è nato ha un pensiero unico, ben piantato: è di Santo Spirito, non di Bari, e di Palese men che mai. O è di Palese, non di Santo Spirito, e di Bari giammai.

CONFINI FRA STATI Sono cose diverse. I due agglomerati marittimi sono divisi dal torrino del Titolo, che è pure il nome di un lido. Venne eretto con tetto a cuspide nel 1585 come confine fra Bitonto e Bari, dopo il porticciolo di Palese, che risuona delle campane della chiesa Stella Maris, dei guaiti dei cani nell’Ambulatorio veterinario. E già su questo tratto di Lungomare capisci che la gente se la passa bene, o perlomeno meglio di te. Da perpendicolari striminzite tipo vico Nicola Massaro o via Attilio Alto fu Rettore di Bari, umani in tutto simili a noi fuoriescono in ciabatte, lasciando andare i piedi secondo l’estro di Dio. Alle 18.30 nel porticciolo palesino ci sono ancora bagnanti sbracati sull’arenile o sul cemento irregolare che scende nell’acqua, nelle cui banchine ha lasciato il segno l’ostinazione del moto ondoso, cioè di quel qualcosa che agisce in maniera persistente secondo una volontà estranea alle sue stesse intenzioni. Non c’è ragione per muoversi senza soluzione di continuità.

Il mare non è spettacoloso ma non è neppure male. Può andare. C’è una coppia che amoreggia con gli inguini immersi. C’è divieto di balneazione per cui tutti fanno il bagno. Ci sono panchine orientate diligentemente in direzione dell’orizzonte, sulle quali si può guardare il mare perché c’è il mare e non c’è altro. Su una di esse sta una signora sui cinquant’anni con un bambino ed ha sicuramente denaro e sicuramente non è a digiuno del pane soffiato che chiamiamo cultura.
Ci sono casette dalle cui finestre ognuno può scorgere nell’orizzonte l’occhio fendente di Dio. Tutte a piano strada, e pure questa è una comodità essendo l’ascensore niente più che un rimedio al danno dell’altezza. Ma soprattutto ci sono i gozzi in secca, coperti da traverse matrimoniali che un tempo hanno visto coniugi avanti con gli anni abbozzare gli ultimi approcci sessuali, o che custodiscono ancora nelle loro fibre di scrigno gli ultimi rantoli di vegliardi in agonia.
Questo risulta evidente per come i tessuti sono sfatti. E come nel loro sbiadire sono disegnati. Barche tristi fatte di legno. Barche dimenticate nel loro squallore. Barche rinnegate dal mare che respinge qualsiasi cosa gli si regali.

UN UOMO IN NERO Vicino al porticciolo che si è fatto lido sta il cuore nero del ristorante L’Ancora carbonizzato dalle fiamme. Ci sono altri ruderi più avanti, locali finiti male. Chiusi alla bene e meglio da assi di legno, spogliati di parecchie cose perché il mare ha un orientamento distruttivo e perché anche l’uomo ha la stessa propensione.
Dopo il naif sabbioso del Lido Moretti e il ristorante Ai due sapori che a menti eccessivamente immaginative può evocare ciak da film western di cassetta, sulle piattaforme di roccia che degradano in acqua compare un tizio che dà da pensare. Legge con orecchi tappati da auricolari. Sicuramente scorre i pensieri di Heidegger che s’inseguono sulle pagine. È vestito di nero, ha capelli biondi razzisti a spazzola, tiene serrato negli occhi uno sguardo Azov, potrebbe essere un suprematista bianco, nazifascista come il filosofo sopracitato. È così.

Stanno facendo pulizia nella Boutique dei frutti di mare, che sarebbe Gagang, nomignolo di un famoso pescivendolo che, data l’espansione commerciale, possiamo associare tranquillamente a una multinazionale della lisca. Anche qui, come un chilometro prima e tre chilometri avanti, passano runner molesti, convinti come tutti i loro simili di avere diritto di non avere regole se non quelle imposte all’intero universo dai loro cronometri e da scadenze di marcia, dalle scarpette ammortizzate, senza riconoscere alcun diritto agli altri. Un paio, vecchi e anchilosati, arrancano: è evidente che stanno collassando. Però non muoiono.

Una bici elettrica con gomme d’autocarro diffonde melodie neomelodiche criminose. E Santo Spirito è nostro, e pure vostro, ed è una bella cosa. Sì che lo è. Con la sua tradizione di pesca, con i pescherecci e i natanti di varia stazza, piacere aggiunto per ogni abitante. Lo annesse al capoluogo nel ’28 quel fascio di Araldo Di Crollalanza, quando via Napoli giungeva diretta al Castello e a piazza Massari. Perciò è rimasta separatista e separata. Non per le varianti.

Tiene una piazza principale, San Francesco, di cui abbiamo parlato, con una giostra che sembra una girandola grande dipinta con i colori dello zucchero filato. Una piazza minore, Roma, ancora sul Lungomare Cristoforo Colombo, sulla quale si affacciano il Mercato coperto con Gabriele il Jolly della frutta e la pescheria Nonno Peppe. Tiene le pensiline dei pescivendoli sotto le quali sconfinano anatre dirette a bere Dreher dal frigo dismesso utilizzato come deposito volante. Ristoranti quali il Beluga o il Bolina, o il Mangia e bevi con barca, incistato nel porto come il Blue cafè pub ristorante. Pucciaria di terra e di mare, accanto alla 1ª Corte Cristoforo Colombo e alla 2ª. Ghiaccio bollente, uno dei bar di ritrovo dei santospiritesi spesso messi bene a professione e a contante, assieme al bar Azzurro e al Gabbiano, prospicente alla rotonda attrezzata con sedili per riproporre la pubblicità di Carosello, Cynar. Qualche emporio colorato, tipo Elisir su un esterno di mattonelle d’un verde schiattante. Birra Terrona nelle due sedi del pub Berravia, la pizzeria Da Donato, il Qui si gode che con il sesso non ha a che fare. E il pianoterra carta da zucchero dell’Associazione Costa del Sole, il Circolo nautico «Il Maestrale», in via Verdi l’arte in vetrina del Centro Leonardo da Vinci.

Santo Spirito è imparentato con il cinema. Ci è cresciuto Domenico Procacci, produttore parecchio bravo, lo frequentavano occasionalmente i Lonigro, con Luigi eletto all’unanimità presidente nazionale Distributori Anica. I cinefili bazzicano per Il Piccolo del Circuito d’Autore, recentemente ristrutturato. E poi non possiamo aggiungere altro.
Il porto, di gran lunga più vasto di quello di Palese e attrezzato, ha accolto qualche affogato. Custodisce due enigmi nell’acqua. Il segnalatore luminoso alieno dello scoglio affiorante. E paratie emergenti mezze sciancate, scheletri di un frangiflutti incapace. Da quella disfatta in poi spetta solamente al mare se lasciar vivere Santo Spirito o se sommergerlo per l’eternità.

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