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In Puglia e Basilicata

Il reportage

Viaggio nelle strade di Bari: Corso «Càvour», dalla BpB al Petruzzelli al fu «Saicàf»

Un cuore bottegaio tra moda giovanile e cultura musicale

14 Maggio 2022

Alberto Selvaggi (Foto Fasano)

Dopo via Argiro, via Melo, via Re David, viale Europa, via Prayer (Sant’Anna), via Lattanzio, via Mazzitelli, la strada interna al Porto nuovo, la via del Castello piazza Federico II, prosegue con questa decima puntata il viaggio per le strade di Bari

BARI - Corso Càvour è la rappresentazione urbanistica del levantinismo bottegaio che connota Bari. Il che mica è un difetto: anche la pratica dello speculare, se non è fare impresa, è un’impresa comunque. Provaci tu, soprattutto adesso che ‘sti poveretti, da negozianti liberi di mangiare a quattro ganasce, sono diventati equilibristi che manco possono trovare riparo sotto il seno fiorito di Moira Orfei buonanima.

Lungo questi isolati pallidi, e tuttavia vividi di gente che va e che viene, scorgi lapalissiano, sgranato il sorriso suadente che fra i denti tintinna moneta. Magari quest’etica da commerciante non piacerà a te che leggi quella cosa piuttosto noiosa che sono i libri, che da secoli si industriano inutilmente a diffondere nella massa. Tuttavia devi convincerti che la capziosità, in un modo o nell’altro, è il metro condiviso da chiunque si industri per vivere. Non sono tutti nobili ricchi come Lord Byron, che teorizzava quanto la letteratura sia l’arte di chi può permettersi di non fare un cavolo. Non tutti sono falliti miserabili genere Baudelaire, unico fra i suoi contemporanei a non entrare nell’Académie Française, anche se sovrastava tutti di immensi spazi.

Pensa a come vivi, prima di pronunciare sentenze. Non sbagli se constati che su via Càvour quella a accentata, sintonica con il sermo plebeius, si è impressa per sempre perché la zona non si è elevata tanto rispetto allo standard originario: è rimasta sé stessa come i figli che nascono con un certo stampo e se lo portano dietro. Però avrai notato anche un certo affinamento, uno sviluppo portato in dote dal ritmo montante della Bari turistica e viepiù crocieristica, e pazienza se il glorioso Saicaf ha assunto dopo la chiusura l’aspetto del Sacrario dei Caduti d’Oltremare.

CORSO CRESCENTE - Quelli che cascano meglio sono arroccati come patelle negli isolati più vicini al circuito barivecchiano delle navi e dei trenini che portano a zonzo le natiche di sbarcati per nulla morti affogati bensì con portafogli impinzati di lardo. Lì i negozi si empiono le garze sul serio, e diciamo garze perché lo slang, se non si esprime meglio, esprime sicuramente di più dell’italiano. Allora, diciamo che partiamo dalla fine, o dal principio di via o corso Càvour, lungo il lato di strada meno affollato, in quanto più povero di vetrine ma più ricco di edifici nobili e di valenza capitale. Sotto al ponte di viale Unità d’Italia c’è una ferramenta di un veterano, Cuccovillo, dove abbiamo acquistato un barattolino di stucco per rattoppare i buchi di chiodo nei muri di casa. Diciamo questo per fornire un’informazione socialmente utile, come impone il Codice deontologico dei giornalisti. Ma ci sono soprattutto parrucchieri quali Xin Chao Liu e Shanmei, uno azzeccato all’altro, che cercano pure personale qualificato: menomale che sono arrivati i cinesi a portare lavoro in Italia.

Se attraversi e nessuna auto o nessun monopattino truccato ti cionca le gambe, sei sulle vetrine di Marco Colonna, abbigliamento, lunga militanza. Segue il punto vendita cittadino Royal Enfield, storico marchio che ha rilanciato le moto monocilindriche nella stessa Bari. E così incocci nel bar «dobbiamo fare appello, ci conviene in ogni caso», nel bar «il giudice ha il covid, l’udienza è rinviata a babbo morto», insomma, nel Caffè Italiano zeppo di avvocati, soprattutto penalisti. Si dirà, ma a Bari sono praticamente tutti avvocati, a parte me. Vero ma qui la densità per centimetro quadrato è tale che diventi avvocato pure tu.

Segue l’ampia esposizione di SportClub con in bella mostra un bambolotto poppante già griffato Adidas manco è nato e un altro uguale ma diversamente bianco (di colore, negro), ché non si sa mai. Ed ecco qua dal civico 98 alla fine isolato la Banca Popolare di Bari. Eh. Cioè la Bippibbì, Bippibbì-Bippibì, Bippibbì Bippibì. Adunque, vi aspettate che dica qualcosa. Che pensate si dica? Sicuro lo state pensando. Ma io non penso, i detti sono sfuggiti dalla cocozza, anzi. E andiamo avanti.
Parrocchia greco ortodossa San Nicola di Myra, Patriarcato ecumenico di Costantinopoli di padre Nikitas, con cellulare per i contatti appeso davanti al portale. Gente seria questa qua. Seria come non siamo. Le chiese sono realtà importanti. Hanno una funzione puramente aerea che si evidenzia in questa via del denaro. Ma tutto ciò che resta è ciò che nella vita non ha valore. Ecco una delle ragioni per le quali i suoli sacri sono importanti. E perché è importante chi crede. L’utile è l’inutile, come direbbero le streghe di Macbeth. E una volta entrati in una dimensione buddica o di minorità francescana le ricchezze eccedenti e la fama si rivelano espedienti di compensazione di insufficienze interiori, che in quanto tali non bastano mai.
Al 60 c’è un palazzo singolare, signorile come tutto ciò che sa di passato. Reca a sinistra le targhe dei medici, Rosa Lenoci biologa nutrizionista, Rosaria Leuci medico chirurgo, Cosimo Ficco specialista in oculistica convenzionato in medicina generale, Reinhard Wilhelm Prior, che esiste, non è un fake dal cognome strano, ha occhi teutonici chiari ed è un neurologo bravo. E a destra avvocatura e notariato, studio legale Tobia Racanelli, studio legale associato Chianura, notaio Umberto Maria Ceci, notaio Francesca Lorusso, notaio Maria Alessandra Stellacci. Quindi, si sono messi d’accordo: voi medici di là, e noi da quest’altra parte.

IL TEMPIO ROSSO   Ricordate il Mokador, detto Mokadòr come corso Càvour? È là rinato, d’oro brunito, bar classe 1937, con ancora i due chicchi piantati nelle o dell’insegna che dà di fez e di colonia d’Africa. Un tempo era stipato di fascisti aggregati da slogan miliziani, e oggi quindi da elettori del Pd. Pochi passi e si apre il sagrato del Petruzzelli, il più bel tempio laico di Bari, nella sua architettura, nella tinta splendida, e anche il più importante: per la cittadinanza, per valenza mediatica. Amarlo, bello com’è fatto. Contenitore dell’arte diretta, unica, universale che travalica le altre. Tiene ficcato nel costato il bar di Salvatore Petriella, creatore di dolcezze e insieme imprenditore che ha saputo rischiare.
Dentro il monumento rosso, nel foyer, stanno tutti lì in statua a guardarci Paisiello, Piccinni, Mercadante, De Giosa. E all’esterno il Bellini, Rossini, Peppino (Verdi, come lo chiamano alcuni del Club dei 27, appassionati), a riprova che la lirica tota nostra est quanto e più della «satura» sbandierata da Quintiliano, in virtù della superiorità della melodia sull’armonia nell’orecchio umano.
Dentro il pachiderma che arse stanno gli uffici del sovrintendente Massimo Biscardi, traslocato dal Lirico di Cagliari dopo aver vinto il premio internazionale Abbiati che ha bissato al Petruzzelli giorni fa. È nato a Monopoli, città vescovile e nobiliare che con le note ha parecchio a che fare. Ed è un musicista datosi alla managerialità, pianista e direttore d’orchestra con esperienze che vanno da Santa Cecilia all’Arena al San Carlo.

Il politeama, che ha accolto i massimi nomi della musica, del teatro, della danza, oggi scomparsi, magari non avrà più raggiunto i fasti dell’era Ferdinando Pinto, straordinario pr col baffo. Ma si consideri che in quell’epoca la politica rendeva possibile l’impossibile, che i tenori, i baritoni, soprani, mezzosoprani, bassi non erano mica questi nostri un po’ ordinari, e che lo stesso valeva nelle arti restanti. Campava ancora Sciascia, Fabio Volo aveva 17 anni. Era una terra di giganti e giganteggiava. La Banca d’Italia è un bel palazzo di pietra e di marmo guardato da uomini con mitraglia. La Camera di Commercio è un altro bel palazzo di pietra e di marmo, Mecca dei commercianti fedeli di Bari, contiene un uomo dai capelli solitamente ordinati, anzi un po’ tutto in Alessandro Ambrosi evoca equilibrio mentale. Meglio così. Pensate se il presidente fosse come la camicia di Michele Emiliano dopo la festa di compleanno del figlio, o come il cespuglio ad alto voltaggio di Caparezza. Sarebbe peggio per tutti.

FIABE E CAFFÈ - Dal versante monumentale passiamo a quello dei negozi, capeggiato dal convitato di pietra americano McDonald’s che anche sul corso Vittorio Emanuele smercia schifezze irresistibili per noi bertucce assetate. Ha dentro marchingegni digitali «tocca per ordinare». Ma è una condanna che viene inflitta un po’ ovunque ormai, e continuerà a dilagare. Segnaliamo l’abbacinante Lama Optical con teorie d’occhiali. Ci sono lungo i marciapiedi alcune edicole non chiuse; strano. C’è il famoso Banana Moon, concept store di riferimento per tutti i giovani che vogliono figacciare, tappa dei tour di rapper griffati che richiamano fan sillabanti negli incontri di musica e moda di strada. C’è Gasperini gelati, davanti al quale migliaia di golosi oggi invecchiati hanno lappato vaniglia e soprattutto banana con cirro apicale. La farmacia di Piernicola Treglia, Tezenis dove abbiamo acquistato al prezzo di due tre mutande, e meno male che sta. Negozi di consumato mestiere sapore Anni ’80, quali Tris, fornito di tutti i classici. L’arrembante Foot Locker, sneaker e sportswear, affollato di ragazzi ma anche di bacucchi dai piedi doloranti. E tanti altri, troppi da elencare, venditori sull’uscio con la lenza in mano. Fino a Jérôme, il bar più bello del mondo firmato da Francesco Lavermicocca, tutto fatato di rosa d’infanzia, con cinque orsacchiotti giganti ai tavoli, zampotte incrociate, e altri due fratellini uno mesto in un angolo e l’altro imbucato nella cabina telefonica grondante fiori di fiaba, davanti alla parete dietro al bancone di acqua piatta che casca. E ci fermiamo qui. Per sempre.

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