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Il degrado

Gargano, nel cuore della Foresta Umbra il museo-apocalisse

Bici e bestie in decomposizione. L’Ente Parco: c’è il nostro logo ma noi non c’entriamo

Una selva di biciclette, cibo per cani, sporcizia, animali impagliati e rettili imputriditi da film dell’orrore e tu che paghi pure l’ingresso per vedere questo spettacolo indecoroso e stringi con sdegno il talloncino ceruleo che t’hanno rilasciato. Vi è stampigliato su «Carabinieri Biodiversità» e «Foresta Umbra (FG)». È con quel talloncino che studiosi e visitatori da ogni parte del mondo fanno il loro ingresso in quello che è, che dovrebbe essere, il cuore della Foresta Umbra, spettacolo vivente patrimonio Unesco, vetrina internazionale di Puglia, coi «bolli» di Parco, Arma e Ministeri. Lì, in quel caseggiato che sorge approssimativamente davanti al gabbione in cui sgambettano i daini, ha sede il Museo Naturalistico e il Centro Visitatori.
Sulla strada una grossa «i» su fondo giallo attrae l’attenzione. Con, in bella mostra, i simboli di Ecogargano s.c.r.l. e del Parco Nazionale del Gargano, il cartello annuncia:

CENTRO VISITATORI
Foresta Umbra
MUSEO NATURALISTICO

Una freccia e le promettenti scritte «Carta dei sentieri», «Escursioni» e «Bookshop» indicano la via. Accanto, un altro cartello spiega che Museo Naturalistico e Centro visita della Foresta Umbra sono in gestione a Ecogargano s.c. r.l. e che sono entrambi aperti solo otto ore al giorno, mesi invernali esclusi, ovvero «dalla domenica delle Palme al 4 di ottobre, dalle ore 10 alle ore 18».

Il pannello tiene a puntualizzare che «presso il centro visite è possibile: prenotare visite guidate nell'intero territorio del Parco Nazionale del Gargano; prenotare escursioni guidate, notturne e diurne nella Foresta Umbra» e, in ultimo, «noleggiare mountain bike». Quasi non ci si fa caso a quel «mountain bike». E, invece, come in ogni film dell’orrore, la trama è rannicchiata nei dettagli.

Una selva di bici accoglie i visitatori sulle scale. Varcata la soglia uno stanzino angusto zeppo di gadget impolverati. Sul pavimento sporco balza in piedi un grosso cane. L’Alaskan Malamute, mastodonte peloso selezionato dagli esseri umani per la caccia agli orsi polari, viene prontamente portato via. Sparisce di scena, ma sottovalutarne la presenza è un altro «errore». Perché in questo Museo da apocalisse, due sono i veri protagonisti. No, non la scienza, la flora, la fauna, i fossili. No. Lì si paga il biglietto per vedere montagne di «mountain bike» e la stanza del cane. Quest’ultima si trova nella sala in cui troneggia il plastico del Gargano. Bici sono disposte lungo due pareti. Resiste l’odore di fumo. Un posacenere stracolmo e fazzoletti lordi o cartaccia giacciono sul profilo della finestra spalancata. Poco più in là, un sacchetto zeppo di pallini marrone lascia intendere che il cane è nutrito a cibo secco. Ciò che è posto poco distante, per terra, nella stessa sala espositiva, leva ogni dubbio sui gusti del quadrupede: una grossa coppa di un lezioso rosa mette in mostra gli avanzi del cibo del cane, pallini marrone e biscotti a forma di osso. Roba che mette una gran sete e, infatti, accanto c'è un secchio d’acqua, a dire il vero non proprio pulita, per farlo bere.

In questa sala espositiva (la sala da pranzo del cane), un foglio imbustato nel cellophane penzola sghembo dalla parete. Su carta intestata del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, il Corpo Forestale dello Stato, Ufficio territoriale per la biodiversità, in Foresta Umbra elenca ogni bene «di proprietà dello Stato» ed esposta nella «stanza n.4 piano 1», ovvero dove mangia il cane. Segue l'elenco di «gigantografie montate in Perspex», il plastico del Gargano con la sua «copertura in plexiglas» e vari «quadri stampa trasparente in cibachrome», cioè le foto retroilluminate che allietano le ore della colazione del cacciatore di orsi polari. Tutti quei beni – spiega il foglio – sono stati consegnati il 28 marzo 2006.
Un paio di sacchi bianchi di non precisato contenuto fanno da piedistallo a un detersivo e a un rotolone. Ammutoliti da quello squallore, si guadagna la sala dell’archeologia. E lì l’unica buona notizia è che si visita velocissimamente: mucchi di ruote «carrararmate» impediscono di raggiungere buona parte delle selci preistoriche e dei reperti esposti. Biciclette, a dire il vero, se ne trovano tante anche nella sala degli animali del Parco, ma sono disposte in modo tale da consentire al visitatore di vedere da vicino quelle povere creature. Animali impagliati con l’occhio finto che penzola dall’orbita vuota, polvere, tracce, peli radi, code mozze. Nella zona rettili un pallido biacco, della famiglia dei colubridi viridiflavus, ha fauci aperte di gioia, se tutto va bene sarà il primo a lasciare quel posto: nel barattolo di vetro in cui l’hanno ficcato, buona parte dello spirito non c’è più e la parte esposta del suo corpo è coperto da vellutata muffa verdina. Presto sarà «libero».

Alla parete un manifesto reca un titolo a caratteri cubitali: TREMILA ANNI DI PREDICHE INUTILI. Seguono alcuni motti illustri. Il primo è un proverbio del X secolo a.C. che si deve, secondo la Bibbia, a re Salomone (Proverbi 21,20) e che riproponiamo perché appare davvero appropriato: «Vi son dei tesori preziosi e dell’olio nella casa del giusto, ma l’uomo imprudente li dissiperà».
Per dovere di cronaca, il presidente del Parco Nazionale, Pasquale Pazienza, chiarisce che «anche se è esposto il logo dell’Ente, noi con la gestione di quel Centro e del Museo non c’entriamo niente, niente». Il presidente parla di «sciatteria che mi deriva da un passato a me non noto» e promette di «metter mano al problema dell’uso del nome del Parco».

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