Sabato 28 Febbraio 2026 | 15:57

Santeramo, quel forno antico diventato museo: la nuova vita dell’ex panificio Marsico FOTO

Santeramo, quel forno antico diventato museo: la nuova vita dell’ex panificio Marsico FOTO

Santeramo, quel forno antico diventato museo: la nuova vita dell’ex panificio Marsico FOTO

 
DONATELLA LOPEZ

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DONATELLA LOPEZ

Vito, un tempo fornaio, custode dell’eredità familiare, ha riaperto la storica panetteria facendone una esposizione di oggetti antichi

Sabato 28 Febbraio 2026, 10:22

13:13

A Santeramo in Colle il pane non è solo cibo: è memoria, è famiglia, è identità. Lo sa bene Vito Marsico, fornaio, cresciuto tra sacchi di farina e il profumo intenso della legna che arde prima dell’alba. La sua storia comincia molto prima della sua nascita, quando suo padre - e prima ancora il nonno, il bisnonno e il trisnonno – impastavano acqua e grano duro nel forno di famiglia del paese, insegnandogli che il pane buono ha i suoi tempi. E Vito ha imparato così a fare il pane, osservando mani esperte muoversi con gesti antichi tramandati senza bisogno di troppe parole.

«Sono stato un piccolo fornaio - racconta Vito -. Poi la vita mi ha portato altrove, lavorando in falegnameria per Natuzzi cimentandomi con prototipi nell’area ricerca e sviluppo dell’azienda. Un lavoro diverso, fatto di studio, progettazione, sperimentazione».

In parallelo, Vito non ha mai smesso di coltivare la sua vera passione: recuperare notizie sulla civiltà contadina, sulla storia del suo paese attraverso i racconti degli anziani e le testimonianze sui prelati locali. Un’altra sua passione è sempre stata il recupero degli attrezzi antichi: negli anni ha raccolto oggetti, testimonianze e strumenti di un mondo che rischiava di scomparire, creando quello che lui definisce un «museo personale». Un archivio vivo di memoria.

Poi, qualche tempo fa, in paese si diffuse una notizia che lo fece sobbalzare: uno dei forni storici di Santeramo, con le sue volte annerite dal fumo e le pietre consumate da generazioni di pale in legno, sarebbe stato abbattuto. Per molti era solo un locale vecchio. Ma per Vito no, perché avrebbe significato cancellare un pezzo di storia. Anzi, meglio, un forno del 1800.

«A Santeramo erano numerosi i forni storici a legna, circa una trentina. Ora ne sono rimasti pochissimi, compreso il mio. Nel mio forno voglio creare un laboratorio permanente per insegnare all’appassionato, al curioso e al turista l’arte della panificazione, ma soprattutto voglio che entrino per scoprire la storia non solo del forno, ma del paese».
Vito ha ragione perché in quel locale di via Maisiello Sabino, al civico 53, lui ha creato uno spazio che celebra gli antichi fornai del paese fissando su un grande telaio in legno, simile a un antico appendiabiti in legno da muro, 15 fotografie di uomini e donne che producevano il pane. Poi, poco distanti, i ritratti dei suoi avi con tutta la generazione dei fornai Marsico. Del forno, inoltre, ha conservato tutti gli attrezzi originali per la panificazione recuperando anche un antico scrittoio appartenuto a monsignor Giuseppe Rago che Vito definisce «il nostro Don Bosco di Santeramo».

Non manca un crocifisso e la statuetta di San Pio. E sul forno campeggia ancora una perla di saggezza: «Invano si affatica il costruttore se il Signore non costruisce la sua casa». Una frase, scritta col gesso da Don Nicola Laterza, un parroco del paese, tratta dal Salmo 127:1 attribuito a Salomone che riconosce la necessità di Dio in ogni impresa umana.
«In questo forno veniva il parroco della chiesa del Santissimo Crocifisso a mangiare “il pizz a terra”», una focaccia che veniva cotta direttamente sulla pietra focaia.

E tra quelle mura si riesce a rivivere la storia del forno. Anche quella delle donne che lì portavano a cucinare il pane fatto in casa, segnato da timbri o dalle iniziali di famiglia. Si riesce a immaginare i racconti scambiati davanti al fuoco e a vedere i bambini incuriositi dal crepitio della legna.

«Un forno così antico non poteva essere abbattuto - conclude Vito -. Ora sono pensionato e mi posso dedicare al recupero delle tradizioni che vorrei fossero tramandate», scegliendo di valorizzare un territorio e un mestiere antico narrando storie che hanno il sapore della crosta calda e della legna continuando a farle «lievitare».

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