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In Puglia e Basilicata

Città

Quella volta in via Re David, viaggio nelle strade di Bari

Caffè e Politecnico, storici bar e una lunga pista ciclabile

12 Marzo 2022

Alberto Selvaggi (foto Teresa Imbriani)

Appena uscito dalla chiesa di San Marcello, svolti a destra pregando e ti ritrovi in via Re David, asse di riferimento di San Pasquale Bassa. Costeggi i precipizi del Politecnico, nelle cui radici di cemento e di acciaio procedono i lavori da tanto, una delle rare eccellenze di Bari. Spunta la vetrina piccola di una ferramenta, segue il cafè-bistrot Dehors dall’aroma alternativo e con spazio all’aperto per i tavoli. Sulla sinistra una teoria di cristalli segue le esposizioni di Materica Falegnamo: sei a destra sulla pista ciclabile lungo la quale ti sfiorano i gomiti, e le recchie anche, bici a pedalata assistita lanciate a tutta velocità, bici a propulsione miotica ossia muscolare, carrozzine con dentro neonati non ancora dediti all’hashish, monopattini con sopra coppie, figliolette con madri. Per cui ti consiglio di attraversare sul prospicente marciapiede d’antan dove si cammina come quando stavamo meglio e lasciare che i suddetti fra loro si ammazzino.

Alla girata con Pixel, riferimento dei nuovi ingegni appiattiti dal digitale, c’è l’Osteria di Mario, ristorante con pizza anche a pranzo, gestito dal rosso Tommy Tedone, mito radiotelevisivo locale. Sull’angolo opposto spicca un locale da visitare: il Monocle cafè, dall’arredo bizzarro, invaso a ondate da ciurmaglie educate di iscritti al Campus, futuri ingegneri che pagheranno mazzette per gli appalti, architetti addestrati al cavillo per lo spreco, biologi che vedranno l’alba transumanista di un dominio sul gene affermato.

Distinti dal livello igienico classico da fuorisede (non fietano ma non olezzano manco) sudano freddo ripassando sui tavolini prima dell’esame testi veramente pesanti, ridacchiano sedendosi e alzandosi in pantaloni mezza stagione che accolgono inguini non ancora annaspanti nelle sabbie mobili atarassiche. Sono là vividi, magari in coppia con ragazzette belle, freeèsche… (sto mutuando il linguaggio dai compagni di merende del maniaco Pacciani), pronti a congiungersi nel peccato di stanze in affitto comunitarie. Si molleggiano su ginocchia non erose dalla gonalgia bilaterale, allungano (maledetti..!) i tendini elastici verso i frutti erogeni delle compagnuzze non scalpellati dai chirurghi plastici, che preservano la consistenza della grazia.

Via Re David è disseminata di copisterie, data la concentrazione universitaria e scolastica, e per la stessa ragione di panifici, quali quello Dello Studente, storico, istituzionale. A un certo punto ti trovi davanti un inspiegabile busto cesariano in pietra, che come tutti quelli di derivazione greca dà insieme di tempra e di piacere omosessuale. Segna l’ingresso smilzo del Sesar, dalle cui vetrine sopraelevate gli avventori possono contare i capelli sulle crape dei passanti. Le pareti del bar sulla strada sono costellate di cartelli che i cani, ci auguriamo, dovrebbero leggere con maggiore attenzione: «La pipì non la faccio qui».

E si arriva al 14° Circolo didattico Re David, che si apre con una rampa più abnorme che brutta. Vi entrano mamme con al fianco cappellini che contengono teste di bimbi recalcitranti. La scuola si interseca con via Celso Ulpiani, fascinosa, serpentina e vegetale, dove gli ex giovani che oggi sono in coda per lasciarsi cadere nella bara andavano a fare le cose sporche con le innamorate. Seguono l’alberghiero Armando Perotti, il monolitico ITT Panetti che guarda l’Accademia di Belle Arti, che oggi sono bruttarelle alquanto. Accanto sopravvive dal 1970 la cartoleria Fortunato, 74 anni di attività messi a rischio dalla crisi e dalla morsa dello Stato. La Farmacia Capezzuto è gestita da un pool femminile con gentilezza dinamica. Ma c’è qualcosa sull’altro angolo che ha fatto la storia di Bari: il Bar Nico, recentemente ristrutturato, eppure intoccato nella memoria degli studenti del Salvemini, un tempo liceo scientifico attorno al quale ronzavano Vespini dalla testata abbassata, rari Aspes, Caballero 50. Oggi, ridotto a Provveditorato, viene cinto d’assedio dai prof, cioè i peggiori sfigati.

Dopo il semaforo, andiamo avanti. Di notte davanti all’eccellente panificio San Pasquale, lungo il giardino prediletto dai cani, si agitano spiriti ebraici, essendo stata questa area cimiteriale. Al civico 138, angolo via Enrico Toti, ci sono le vestigia della Cartoleria Morea, riferimento dell’intero quartiere in passato, dall’istituto D. Cirillo ai catechisti della parrocchia San Pasquale. Tabacchi Arena conserva l’insegna originaria. E adesso, scusate, ci inginocchiamo: siamo di fronte al Bar Rubino, quello col brillante granata come puntino della i, di fronte all’Odeòn, cioè il cinema Odeon che ha assunto le sembianze di un palazzo. Un tempio perfettamente conservato come nei cupi e splendidi Anni ’70.

Grazie. Noi, Bar Rubino, ti amiamo. Così come sei, uguale. Con quel titolare che forse ha sorriso una volta o non ha sorriso mai. Luogo di ritrovo di gente che fu particolarmente vivace e che tutti i sanpasqualesi tengono fra le tempie stampata. Vov, Amaretto di Saronno, Petrus, Biancosarti. Panzerotto nel Panificio Re David, oggi Pan per focaccia. Dall’angolo precedente alla vicina pasticceria fino abbasso all’Estramurale (via Capruzzi) circolavano tomi e bestie meccaniche che il destino ci aveva regalato e che il tempo non avrebbe più restituito. Alfa Romeo Super sconfinanti sui marciapiedi in assoluta liceità, Kawasaki Mach III potenziate in impennata, catenazze d’oro con volti di Cristo dagli occhi rubino o patacca pencolanti sui petti di oranghi. Manate in faccia e musi schiantati sui cofani delle auto nelle risse tra ceffi, pistole e coltelli utilizzati di rado. C’erano P., l’immoto ‘u S. (ancora oggi non è il caso pronunciare il nome di questo monoblocco delinquenziale), A. l’acconciato, l’australopitecoide ‘u Sg. e sopra tutti P.P., il cui nome veniva preannunciato ululando nelle sale biliardo, mentre gli apripista sbatacchiavano per gioco, senza cavare sangue, i figli di una borghesia che niente sapeva di strada.

Il mercato di via Nizza ha traslocato lasciando sentori di pesce, frutta e pollo squartato per anni. Lungo il corso principale, che sta fra il popolare e il grado mediano, si susseguono poche realtà straniere, tante nostrane, come il Digital Print di Nico, bruno vitale e ultra-rapido, Pastificio Ancora & Fiore, Bar Bianco, un supermarket a prezzi stracciati. Nella Salumeria lavorava Toki col padre, rapper molto seguito (3.7 milioni di visualizzazioni YouTube con Iì so de Bbare) e prematuramente scomparso. C’è perfino la Federazione provinciale del Partito democratico, essendo questa la culla di Michele Emiliano e del fratello Alessandro: il padre vendeva affettatrici rare. Un quartiere teatro di un enigma che fece parlare nei Settanta, tanto da ispirare la band demenziale Bangla Boys che prese a prestito i nomi dei protagonisti di quanto andiamo a raccontare.

Da via Re David, verso via Francesco Muciaccia, un palazzo diroccato e abitato limitava una stradina buia di tentati stupri e scippi seriali. Sulla parete di tufi marci che guardava il largo della Farmacia Bellisario un mattino comparve una gran scritta spray: «Mariella & Tonia fu igulata». Firmato, «Tonino F. & Michele G.» (i cognomi erano per esteso), con sotto disegnata una bara. Per risolvere il rebus basta essere sufficientemente cozzali. E soprattutto di Bari.

(reportage fotografico di Teresa Imbriani)

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