ali e radici
Riflessioni sul mondo bandistico pugliese
«La tradizione è la custodia del fuoco, non l’adorazione della cenere». Questa frase, normalmente attribuita a Gustav Mahler, si attaglia alla perfezione al lavoro ormai ultratrentennale che Pino Minafra svolge a favore del mondo bandistico
«La tradizione è la custodia del fuoco, non l’adorazione della cenere». Questa frase, normalmente attribuita a Gustav Mahler, si attaglia alla perfezione al lavoro ormai ultratrentennale che Pino Minafra svolge a favore del mondo bandistico.
Un ulteriore tassello di questo percorso si è avuto di recente allorché, insieme con La Banda, il figlio Livio e il direttore Michele Di Puppo, il trombettista di Ruvo si è esibito a Bari, in Cattedrale, auspice la benemerita stagione del Collegium Musicum di Rino Marrone. Perché sembrerà strano, ma a parte una lontana esibizione barese per Notti di Stelle – quando il focus della rassegna della Camerata erano il jazz e le musiche satelliti – le istituzioni cittadine non hanno mai dedicato sufficiente attenzione a questo progetto che pure è stato ospite tanto di prestigiose sale europee, dalla londinese Queen Elizabeth Hall ai Berliner Pilharmoniker, quanto di festival dedicati alla musica contemporanea, per tutti quello di Donauschingen. Semplice casualità? Non proprio, perché a volerla dire tutta, il mondo delle bande – che pure non mancò di sedurre, fra i tanti, Nino Rota e Federico Fellini – ha sempre dovuto scontare l’atteggiamento sufficiente del mondo accademico e ancor più dei Conservatori, dove fino a non molto tempo fa l’appellativo di «bandista» era una delle offese peggiori che si potessero rivolgere a un solista di strumenti a fiato.
Già, i fiati, «vil razza dannata» verrebbe da dire, almeno dal punto di vista di quanti, in passato, si consideravano degli «eletti» per il sol fatto di suonare uno strumento ad arco o a tastiera. Non a caso, nel lungo e commovente documentario a lui dedicato da Giuseppe Tornatore, Ennio Morricone ricordava con dispiacere la diffidenza con cui venne accolto nella classe di composizione di Goffredo Petrassi per il sol fatto di essere un trombettista e non un pianista.
Cosa sarebbe stata la cultura musicale meridionale senza le bande, senza il loro paziente lavoro di diffusione della musica lirica lì dove non potevano arrivare le opere allestite per intero con cast e scene, senza il loro toccante repertorio di marce sacre e profane, ce lo ricorda in continuazione l’immenso Riccardo Muti quando, tra l’altro, aggiunge che il suo primo contatto con la musica avvenne non solo in un palco del Petruzzelli, ma anche e soprattutto per le strade della «sua» Molfetta, durante i riti della Settimana Santa.
Con le bande, appunto. Tornando a Minafra, se il mondo bandistico pugliese vive ormai da anni una nuova primavera, attirando persino l’attenzione di una certa musicologia che fino a poco tempo prima, quando si parlava di bande, sapeva solo arricciare il naso, buona parte del merito va ascritto a lui e alla sua capacità di capire da subito che, dopo aver recuperato i tesori del passato, era necessario gettare un ponte verso il presente arricchendo il repertorio con musiche nuove e creative. Un lavoro essenziale svolto con tenacia anche nei momenti più difficili, conditi di problemi economici, ingratitudini, incomprensioni e quant’altro.
Ma a parte i risultati ottenuti, dei quali s’è già scritto più volte, la sua è stata una lezione da consegnare alle giovani generazioni di interpreti e di operatori culturali: perché una cosa è lavorare per il monetizzare il successo nell’immediato, altra invece è piantare alberi nella consapevolezza che i frutti verranno raccolti da chi arriverà dopo di noi. Ed è proprio di questo che si avverte il bisogno. Non solo nella musica.