Meridiane
Da Napoli a Palermo il tempo fuso in acqua
La nave nel rito delle onde: saluta i fari e si fa strada nella notte. Dieci ore di rollio dividono due città d’incanto
La nave lascia il porto di Napoli, i motori mulinano l’acqua, due strisce di fuliggine vanno nell’aria, la città di Certosa Castelli e San Carli fa sfoggio di luci di curve di coste, i fari ai lati danno saluti che si avvolgono in se stessi.
Arrivano i gabbiani, uno due tre, si moltiplicano, non so più contarli, sono sfolgorio di bianco nel buio, seguono il fianco sinistro della nave, gli si accostano, si allontanano, volano rasente l’acqua in subbuglio, tornano verso il cielo, impazziscono andando al contrario, s’incrociano, lanciano gridi striduli, volteggiano ad ali ferme.
Innumerevoli come le onde, seguono la nave per un tratto, è un loro rito, una festa di liberazione, forse si dimenticano della fame, tornano ad essere uccelli felici d’aria, aeroplani naturali, velivoli occhiuti, macchine leonardesche.
La nave si fa strada nella notte, sfrutta la luminescenza argentata della luna, le ultime luci di Capri, il faro lontano di Punta della Campanella; si conquista il Sud in un dicembre con temperature che permettono ancora la sosta sui ponti, il lancio degli sguardi sul mondo circostante, la carezza sdrucciola del vento.
Il finestrone della cabina incornicia il mare, sporgendosi solo di un poco verso il giù si può seguire la serpentina sinuosa e bianca della scia, non si sente come sul ponte il fruscio setoso dell’acqua, ma si avverte il rollìo che inclina la nave e la fa dondolare.
Il lettuccio accoglie pensieri sogni paure desideri, anticipa spazi, mette in scena piazze chiese teatri, fa largo al profumo del gelsomino e del pane appena sfornato, rimette in vita le pomelie sui balconcini.
La nave dividendo il mare in due fa segnatura di tempo.
Tra Napoli e Palermo, una decina d’ore di navigazione, un lambire isole per raggiungere l’Isola.
Dieci ore a zonzo nella notte tra i fruscii del mare il rombo dei motori la pazienza della luna lo sfavillio mormorante delle stelle il chiudersi e l’aprirsi degli occhi i respiri da tenere nel petto e quelli da condividere con l’aria camminando sui ponti.
Aria mare cielo non c’è altro in questo starsene sospesi nell’attesa dell’approdo.
Ogni giorno la nave congiunge le mie due città, anche quando lo dimentico e non guardo verso il porto all’orario giusto mentre l’equipaggio si prepara al viaggio e le funi si allentano e i portelloni si chiudono e i gabbiani dai loro altrove ignoti si manifestano a a far rito festevole o forse disperato.
All’alba una città si sostituisce all’altra, nel grigio del mattino si profila Monte Pellegrino, Capo Gallo e Mondello dormono ancora dietro il costone, nei bar il profumo dei dolci stordisce le prime ore del giorno e già bolle nei pentoloni l’olio che farà croccanti le arancine.
La città verticale sparisce nel mio corpo rimanendo in agguato a seconda degli scorci e degli attimi occhiuti degli sguardi; si traduce nella città orizzontale dove anche l’asfalto è lisciato e le balate sono bianche come ossa spolpate.
Risalgo la strada che porta al Politeama nel silenzio, le giacarande covano quel che sarà il loro tripudio violaceo, i ficus si arrampicano in se stessi, i gatti alla Zisa aspettano le custodi che gli porteranno cibo e cure.
Dieci ore di onde e di buio e di rollio dividono le due mie città, sconosciuta l’una all’altra, impiantate su diversi sistemi della lingua, mescolati nell’equipaggio della nave.
Mentre cammino la nave agisce ancora, è tempo fuso in acqua che adesso sosta alla banchina a prendere respiro a farsi le cure necessarie al prossimo viaggio.
Io prendo via Dante, lunga e grigia, freccia che orienta i passi, costeggio palazzi e ville, finché non varco un gran cancello, metto i piedi nel vialetto che conduce all’Albero, lo pregusto ancor prima che squaderni la sua città di rami ed eccolo sua maestà, lucido come un dorso d’elefante, capace di vivere a più quote dal rasoterra al cielo, frondoso di fronde polifoniche, quieto e saggio come un narratore centenario, Saramago arboricolo.
Una panchina accoglie le mie inquietudini, penso ai gabbiani della notte scorsa, al mare, ai passi fatti sin qui, al vento.
Sono qui, di nuovo a Palermo.