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Nell'America selvaggia
sulle tracce di Sean Penn

Cinque italiani salvati in Alaska, dove avevano raggiunto il bus di "Into the Wild"

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Nell'America selvaggia sulle tracce di Sean Penn

Un'immagine dal film "Into the Wild"

Volevano entrare nel famoso autobus divenuto il rifugio del film "Into the Wild" e hanno rischiato di fare la stessa fine di Christopher McCandless, il protagonista del libro di Jon Krakauer che ispirò il film, di cui qui in calce riproponiamo la recensione apparsa sulla Gazzetta del Mezzogiorno il 3 febbraio 2008. Cinque turisti italiani sono stati salvati nel deserto dell’Alaska, stremati, dopo aver visitato l’autobus. Uno di loro, il più grave, aveva un principio di congelamento, ma non è in pericolo di vita. Per fortuna i cinque avevano un dispositivo di emergenza satellitare collegato con il centro internazionale per le emergenze, che ha diramato l’Sos alla polizia locale. (ANSA).

Ci fu un film, canadese, che annunciava «il declino dell’impero americano», ma l’America non tramonta nell’immaginario grazie a film come Into the Wild – bellissimo – di Sean Penn, che incorpora e sublima anche i bagliori crepuscolari della realtà, senza tema e senza tabù. Qualsiasi estraneità al sistema è fatta propria e spesso metabolizzata nel corpus storico e onirico di un Paese che nasce da un impeto avventuroso, ovvero, in pari misura, da una rigenerazione oceanica di reietti del vecchio continente e dalla ricerca di una terra promessa, di una nuova Gerusalemme. Spinta o sfida propulsiva che non si placa sulle coste orientali, ma sospinge chicchessia – e in primis il mito americano – verso Ovest. Così nasce il Western che sopravvive alla chiusura della Frontiera grazie alla sua intrinseca qualità di conquistare un «giardino» (la civiltà) e continuare a sognare un «deserto» (la natura), secondo la feconda dialettica sunteggiata da Nash Smith.

Nel film di Penn il sentimento di provvisoria appartenenza a una comunità nomade (gli incontri del protagonista con gli hippies) approda a una critica dell’individualismo. È un’etica di frontiera, frutto paradossale di un’indomabile fuga dal mondo, dai doveri, dalle regole, dalle convenzioni sociali, e naturalmente dagli obblighi di leva con i suoi connotati bellici, visto che Into the wild è ambientato nel 1992 sullo sfondo della prima guerra nel Golfo. In tale fuoriuscita lampeggiano valori residui o in nuce riconducibili al bisogno di un equilibrio fra uomo e ambiente, a un’armonia e a un’innocenza perdute. Una dimensione oggi più attuale che mai. Essa percorre gran parte del cinema americano e la ritroviamo ancora vivida in un capolavoro degli anni Novanta come Sunchaser di Michael Cimino, ennesimo viaggio verso una salvezza impossibile, ma che è impossibile non cercare, non inseguire.

Fa testo il lirico reportage di Kracauer che ha ispirato la pellicola di Penn. È la storia vera di Christopher McCandless, ribattezzatosi «Alex Supertramp» (il supervagabondo), il quale, dopo aver conseguito la laurea appunto nel 1992, decide di abbandonare tutto e tutti per andare a vivere in Alaska. Sceglie un nord ovest ghiacciato e implacabile, territorio a stelle e strisce dal 1867 quando fu acquistato tra mille polemiche a cinque dollari per chilometro quadro, divenuto Stato dell’Unione solo nel 1959. È una fuga dall’ipocrisia e dai violenti litigi di mamma e papà che, ad onta del benessere materiale, hanno rovinato l’infanzia di Chris e di sua sorella. Ma è anche una fuga da ciò che Chris non vuole diventare: mai come i genitori, per carità, o come i compagni di studi che inseguono solo il successo e la tranquillità. No, lui no. Devolvendo i suoi ventimila dollari di risparmio a un’organizzazione benefica e bruciando le ultime banconote prima di mettersi sulla strada, Chris sta cambiando identità e persino nome. Chris, anzi Alex Supertramp, è un giovane americano e crede intimamente, caparbiamente nelle pagine americane di London, Thoreau, Emerson, nonché in quelle di Tolstoj, che legge in maniera febbrile e dalle quali sgorga un diario personale tanto sofferto quanto vibrante.

Egli è l’erede di un orizzonte che è stato rivisitato nel corso del tempo dagli hobos, gli instancabili viaggiatori da un capo all’altro del paese, dalla Beat Generation di Kerouac e sodali, da tanto cinema fin dai tempi di Charlie Chaplin e Frank Capra. È una tradizione radicale e trascendentalistica, qui cadenzata dalle musiche di Eddie Vedder (il cantante e paroliere dei Pearl Jam), che Sean Penn rinverdisce con sobrietà, senza enfasi hollywoodiana, in una lunga narrazione mai noiosa. Merito di una scrittura filmica che, mentre parrebbe divagare on the road, non perde per strada le ragioni di ciascun personaggio: i genitori di Chris affranti per la sparizione, la sorella che con la voce fuori campo rimarca gli snodi della trama, la tenera sedicenne innamoratasi del protagonista, il vecchio saggio in vena di adozioni. Fino a un epilogo tragico che esalta l’interpretazione di Emile Hirsch (già apprezzato in Alpha Dog di Nick Cassavetes), facendone l’eroe/antieroe struggente e ribelle di questa stagione americana.

INTO THE WILD (NELLE TERRE SELVAGGE) di Sean Penn. Interpreti e personaggi principali: Emile Hirsch (Christopher McCandless), Marcia Gay Harden (Billie McCandless), William Hurt (Walt McCandless), Jena Malone (Carine McCandless), Catherine Keener (Jan Burres), Brian Dierker (Rainey), Vince Vaughn (Wayne Westerberg), Kristen Stewart (Tracy). Ispirato al libro «Nelle terre estreme» di Jon Krakauer (1996, Corbaccio ed.). Drammatico, USA, 2007. Durata: 148 minuti

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