Con te partirò
In giro per Gravina capitale da sempre
D a quanto tempo Gravina è una capitale della cultura? Forse da secoli, forse da millenni. Ora che si attendono i risultati della «com- petizione» per la città italiana 2028 (Gravina tra le dieci finaliste, audizioni il 26 e 27 febbraio), questa domanda sembra echeggiare nella pietra, non solo nelle stanze ministeriali.
Capitale della cultura: le parole volteggiano tra gli ipogei e le chiese rupestri, tra quei meravigliosi affreschi scrostati e an- cora visibili, tra i tesori archeologici di Botromagno, nelle viscere della Gra- vina sotterranea o lassù, tra il Ponte Romano e il campanile della catte- drale. Sì, da tempo immemore questa città è una capitale culturale e non solo per le sue antiche radici e per quella bellezza misteriosa che coglie il visitatore e strapazza i suoi sensi, trascinandolo nelle ere, nei sotterranei e nella natura. È capitale anche nei volti, nelle storie e nella sua quotidiana attualità.
Capitale del suo passato, nelle arcate del Ponte Romano crollato nel terremoto del 1722 e poi rinato pochi decenni dopo, con la trasformazione in acquedotto; capitale federiciana, tanto ne fu affascinato l'im- peratore Stupor Mundi, capace di darle quel nome grana dat et vina e cioè «offre grano e vino» (frase attribuita a Federico II, ma senza conferme). E ancora: capitale e città-contea, che con l'arrivo degli Aragonesi fu affidata a Francesco Orsini, senatore romano, in- torno al XV secolo e quindi si arricchì di monumenti, piazze, cappelle. Ca- pitale papale, perché qui nacque nel 1649 Pietro Francesco Orsini, che poi divenne appunto papa Benedetto XIII e le testimonianze di questa storia sono ovunque. Capitale del cinema, come tutti sanno per lo 007 No time to die girato qui nel 2021 o per Pinocchio di Matteo Garrone del 2019, ma anche per i tanti altri bellissimi film, sin dai tempi (1967) di Francesco Rosi con C'era una volta.
Ma è il capitale umano, la grande forza di Gravina: perché le pietre in cui i contadini hanno fatto fiorire nei secoli i raccolti sono oggi le grandi terre dei sapori pugliesi, ma anche perché con la stessa caparbietà tra le pietre del centro storico nascono festival culturali, Dialoghi nella Murgia, convegni filosofici, musei (come la Pinacoteca) in cui ogni storia diventa fruibile. Capitale e civitas, raduno di menti, incrocio di destini culturali attivi. Non perdetevi Palazzo Pomarici Santomasi, la Biblioteca, la cappella e gli affreschi bizantineggianti che ti folgorano nella cripta di San Vito Vecchio. Collezioni uniche che grazie alla Fondazione Pomarici Santomasi, con la Fondazione Archeologica di Canosa, sono il centro di questa celebrazione della storia gravinese. Arriviamo a Gravina un pomeriggio di gelo invernale. Dai vicoli del centro storico, ci appare l'affaccio sui segreti rupestri di una città unica. Lo strapiombo mette quasi i brividi, perché c'è la profondità della storia e quella del futuro sul quale Gravina sta scommettendo.
Il per- corso rupestre, le tracce di un mondo arcaico che è lì sotto i nostri oc- chi: un libro, dal titolo Gravina in Puglia, di Giovan- ni Pacella e Pietro Amendolara (Adda Editore) propone ogni itinerario, ogni fascino da scoprire. Ed ecco- ci al Ponte, avvolti da un freddo freddo e dall'aria pulita della Murgia: altra vista profondissima, quella sul canyon, su una natura che è resilienza, terra, verde selvatico e viaggio, perché la passeggiata verso il Parco dell'Alta Murgia resta intrigante, tra i segnalamenti del Cammino Materano (assolutamente esperienza da fare!) e tra i profumi di erbe selvatiche che qualche anziano continua a tagliare e a portare a casa. Sì, perché Gravina è futuro e passato in ogni sua espressione: sembra cavalcare i tempi, ma poi il suo tempo antico - per fortuna - non passa mai.