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Giovedì 19 Aprile 2018 | 15:47

IL caso

Allevamenti abusivi
di cozze, altro esposto

Filiera da controllare Manna (Peacelink): a serio rischio la salute delle persone

 Allevamenti abusivi di cozze, altro esposto

«Basta una sola fotografia per porsi tante domande sul sistema di filiera che mette in vendita sul mercato locale e nazionale le cozze di Taranto. Allevamenti abusivi di cozze, tracciabilità e rintracciabilità del prodotto, condizioni igienico sanitarie, lavoro in nero, sfruttamento degli immigrati, vendita abusiva del prodotto, occupazione del suolo pubblico. Siamo a Taranto, Piazzale Democrate, in una qualsiasi giornata di agosto dove questa scena è consuetudine quotidiana da molto tempo. Mesi, qualche anno».

Già a dicembre 2016, «senza darne informazione ai media, Peacelink - scrive Luciano Manna - aveva denunciato allevamenti di cozze abusivi nel primo seno del Mar Piccolo alla Procura della Repubblica di Taranto, alla Asl, al comune di Taranto, ad Arpa Puglia. Documentammo con diverse fotografie allevamenti di cozze abusivi sotto il pontile di legno in via Garibaldi, proprio sotto gli attracchi delle imbarcazioni. A seguito di questa denuncia ci fu l’intervento dei sommozzatori della Guardia di Finanza che sequestrarono il prodotto illecito. Oggi ritorniamo a denunciare un sistema, una filiera, quella delle cozze di Taranto, che mette a serio rischio la salute delle persone e certifica la normalizzazione dell’illegalità dove, già da tempo, oltre alle persone del luogo, vengono impiegati per alcune mansioni tipo la pulizia delle cozze, persone del continente africano. Come sono inquadrati nel sistema lavorativo queste persone? Dallo stesso luogo ci riferiscono che per il lavoro svolto vengono erogate in nero paghe da 20 euro giornaliere e a chi si lamenta viene rivolta l’espressione autoctona, al netto degli errori grammaticali che il dialetto richiederebbe: “Sce vuè so chist scenò te ne puè scè”. Frasi ed espressioni che, con dialetti diversi, siamo abituati a sentire per la raccolta dei pomodori».

«Questa volta ci rivolgiamo - prosegue Peacelink - anche al Prefetto di Taranto oltre che agli organi istituzionali già interessati nella denuncia di dicembre 2016. Ci rivolgiamo anche al Prefetto perché pensiamo che sia fortemente in ballo anche una questione sociale e di ordine pubblico. Questa denuncia non ha il fine di creare conflitti nei confronti di una categoria in particolare. I mitilicoltori vanno sostenuti con ogni mezzo ed aiuto istituzionale e questo settore commerciale va tutelato sotto tutti gli aspetti perché ha già pagato molto per colpa delle attività industriali inquinanti. Crisi, condizioni ambientali ed altri eventuali fattori però non devono e non possono giustificare la consuetudine dell’illegalità sotto nessuna sua forma. Questo è chiaro per noi cittadini che vorremmo essere sicuri di poter mangiare il prodotto principe della nostra città, speriamo quindi che sia acquisito e messo in pratica dalle istituzioni. Le fotografie sono state consegnate a Comune di Taranto, Procura della Repubblica di Taranto, Prefetto di Taranto, Vigili Urbani, Asl, Arpa Puglia».

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