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In Puglia e Basilicata

Il reportage

Terra e mare, la Puglia del turismo sostenibile: tra delfini e cibi tipici

La Fondazione Con il Sud svela le perle del turismo sostenibile fra Taranto e Lecce. Venite a scoprire con noi la bellezza dei delfini liberi nel Golfo di Taranto e delle prelibatezze culinarie tipiche del Tacco D'Italia

04 Luglio 2022

Graziana Capurso e Leonardo Petrocelli

BARI - C’è una Puglia che qualcuno pretendeva si facesse grande solo tra i fumi dell’industrializzazione forzata e le carte ministeriali di un modello di sviluppo imposto dall’alto senza nessun legame identitario con il territorio. E poi ce n’è un’altra. Comunitaria, sostenibile, «verde», anzi limpida, e non nel senso conformista di un’ecologia modaiola ma perché sa mettere a valore la propria spontanea bellezza.

Lo sa bene la Fondazione Con il Sud presieduta da Carlo Borgomeo, ente no profit nato nel 2006 dalla virtuosa alleanza tra fondazioni di origine bancaria e Terzo settore con uno scopo chiaro: promuovere l’infrastrutturazione sociale del Mezzogiorno. Fuori dai tecnicismi, favorire concretamente lo sviluppo del Sud attraverso un reticolato di buone pratiche. Cosa questo significhi in concreto la Fondazione lo ha mostrato nel tour organizzato fra Taranto e la provincia di Lecce dal 30 giugno al 2 luglio, permettendo a giornalisti, istituzioni, associazioni di toccare con mano il risultato di 16 anni di sforzi. Il cuore dell’iniziativa è già nel titolo e nel sottotitolo: «Sulla stessa barca. Tra il dire e il mare c’è di mezzo il fare». Nella fattispecie, il «mare» è quello del Golfo di Taranto e il «fare» è l’attività di citizen science - letteralmente «scienza di cittadinanza» - organizzato dalla Jonian Dolphin Conservation, associazione che dal 2009 studia e tutela i cetacei nello Jonio settentrionale, delfini e capodogli su tutti.

Il pacchetto offerto a scolaresche, turisti e comuni cittadini è chiuso nel cappello del «Researcher for a day», il ricercatore per un giorno: si «batte» il mare a bordo dei due catamarani della Dolphin - «Taras» ed «Extraordinaria» - con gli occhi puntati sul pelo dell’acqua. Non bisogna attendere molto affinché il «delfino curioso» di pubblicitaria memoria si manifesti facendo bella mostra di sé. Il turista esulta - perso nel fascino di ciò che è vero senza la mediazione del virtuale - e proprio allora il ricercatore inizia il suo lavoro. Gli esemplare vengono seguiti, osservati, contati. Si cala in acqua l’idrofono per registrare le vocalizzazioni e si raccolgono dati di valutazione ambientale. È la prima, suggestiva parte di una impresa che poi continua sulla terraferma, nella cornice di Palazzo Amati nella città vecchia di Taranto, lì dove ha sede Kétos, il Centro Euromediterraneo del Mare e dei Cetacei. Un’eccellenza nazionale, un unicum italiano, realizzato proprio dalla Dolphin e finanziato dalla Fondazione Con il Sud attraverso il Bando Storico-Artistico e Culturale 2015 che ha ridato nuova vita al settecentesco edificio che oggi si ritrova ad ospitare attività laboratoriali, esperienze di realtà aumentata, sezioni di docenza e divulgazione.

Fra terra e mare, emozione e bellezza, i protagonisti sono loro, i delfini, mammiferi straordinari capaci di grandi manifestazioni empatiche ma anche di gesti estremi. Il suicidio dei cetacei è, purtroppo, un realtà costante nei delfinari che l’Unione europea ha deciso di bandire dal 2027. Ed ecco che, proprio attraverso gli sforzi della Dolphin e con il supporto delle istituzioni locali, Taranto si candida a istituire un’area protetta in cui ospitare gli animali finora chiusi in cattività. «È un progetto ambizioso - commenta Carmelo Fanizza, presidente dell’associazione - uno dei tanti che portiamo avanti supportandolo con ricerche e documentazioni scientifiche. Dal 2009 abbiamo iniziato un’avventura che cresce ogni anno aprendo la strada ad un’idea di sviluppo e di turismo differente. È un modello che offriamo a chi fa impresa perché si continui a insistere su questa linea».
Il mare, naturalmente, è anche tanto altro. È, ad esempio, lo sforzo dei mitilicoltori tarantini nel difendere e produrre un’eccellenza come la cozza locale, nuovo presidio Slow Food, che «fiorisce» nel Mar Piccolo, uno specchio d’acqua irrorato da 34 sorgenti di acqua dolce che conferiscono al prodotto il caratteristico sapore. L’attenzione è massima: controllo delle acque, uso di reti biodegradabili, monitoraggio costante.

La sostenibilità passa, senza dubbio, dalle buone pratiche come insegna anche un’altra esperienza virtuosa, quella del «Quataru», la celebre zuppa di pesce di Porto Cesareo, borgo di pescatori salentini raggiungibile da Taranto anche in catamarano. Pesca non invasiva, come certificato dal relativo Presidio, e prodotti di qualità, dal gusto straordinario. È, in fondo, sempre la stessa «ricetta», dai laboratori alla tavola, da Taranto a Lecce, solo riadattata ai diversi contesti. «L’obiettivo di fondo - conclude Marco Imperiale, direttore generale della Fondazione Con il Sud - è quello di indurre nelle comunità e nei territori la capacità di prendersi cura di se stessi. Taranto è un caso di scuola. Vittima per anni di un modello imposto dall’alto, la città ha iniziato a credere nei propri talenti e nelle proprie vocazioni. Noi, come Fondazione, non facciamo altro che accompagnare tutto questo con assistenza tecnica e finanziaria. Per il Sud - conclude - è il momento di scrivere nuove pagine della propria storia».

Donne alla riscoperta del pomodorino perduto

Dal blu del mare di Taranto alla terra arsa e rossa di Manduria. Una terra di Sud, fatta di confini, sapori e colori persi e ritrovati. Il ritorno e la valorizzazione delle nostre radici passa anche da un percorso di ricerca della biodiversità nascosta e a rischio estinzione.
Come nel caso del pomodorino di Manduria, presidio Slow Food, un prodotto tipico della nostra terra caduto in disuso a favore della produzione intensiva del classico datterino e che ora, grazie ad un esercizio di memoria tutto al femminile, è ritornato ai suoi antichi fasti. Questa è la storia di due giovani contadine-imprenditrici Chiara D'Adamo e Lucia Barnaba che sono riuscite a recuperare i semi di questa rara e antica coltivazione (custoditi gelosamente da pochissimi agricoltori del luogo) e a metterli a frutto, in tutti i sensi.

«Il pomodorino di Manduria è un’orticola particolare: non prevede quasi mai l’irrigazione - ci spiega Lucia che dopo gli studi di Marketing a Roma, ha deciso di mollare tutto e rientrare nel suo paese di origine, reinventandosi come agricoltore fondando la Apulia Farm, totalmente bio - per questo è perfetta per le nostre aree agricole mediterranee, ormai sempre più aride». «Questo pomodorino ha delle caratteristiche organolettiche uniche - sottolinea Chiara proprietaria dell’azienda Agricola D’Adamo - grazie anche all’aiuto di C.A.P. Salento e con il supporto di Fondazione Con il Sud siamo riuscite a riprendere in mano un piccolo tesoro della nostra terra. Solo così possiamo valorizzare la ricchezza e l’identità del territorio di Manduria». Le due determinate imprenditrici producono nelle loro rispettive aziende un prodotto fresco e trasformato, scontrandosi anche con una realtà rurale non proprio a misura di donna. «I contadini sono quasi tutti uomini, ma noi, grazie alle nostre famiglie, portiamo avanti con orgoglio le nostre tradizioni, sensibilizzando anche i più piccoli alla tutela dei prodotti biologici». Una linea di pensiero integralmente sposata da Fondazione Con il Sud che non si occupa solo di tutelare i prodotti tipici del territorio, ma guarda oltre. Un esempio è il progetto «Stazione Ninfeo» selezionato con il bando congiunto della Fondazione e del Comune di Lecce per la gestione e valorizzazione di Masseria Tagliatelle che verrà trasformata in un hub di comunità, con un ostello sociale, uno spazio di co-working e un punto di ristoro in cui lavoreranno alcuni giovani del territorio. Con queste attività il passato e il presente si rinsaldano, guardando sempre più verso il futuro.

Il colombino di Manduria

Il nome potrebbe derivare da un richiamo pasquale o dalla caratteristica decorazione. L’unica certezza è che il «colombino» - delizioso dolcetto manduriano a base di pasta di mandorle e albicocca - fa il suo debutto negli anni ‘50 per invenzione del pasticcere Andrea Miola. Oggi i suoi discendenti ne continuano la produzione nella pasticceria di famiglia a Manduria, rinnovando una tradizione da sempre custodita sono nel borgo tarantino.

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