Il film
«Gli Intrusi» invadono Bari: viaggio sul set del film di Mario Tani con Gianmarco Tognazzi e Roberto Corradino VIDEO
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Sono iniziate a Bari le riprese del nuovo film del regista barese Mario Tani, prodotto da MAC Film in collaborazione con PFA Films e sostenuto dall’Apulia Film Fund di Apulia Film Commission e Regione Puglia
Una giornata sul set è fatta di attese, silenzi improvvisi e ripartenze frenetiche. Ma soprattutto di incontri. È in questo equilibrio sottile che prende forma Gli intrusi, il nuovo film di Mario Tani, in lavorazione a Bari, dove il cinema indipendente trova ancora spazio per respirare e raccontare.
La visita si svolge negli spazi del Palmarès DeVur Club, a sud della città, nella zona residenziale di Parchitello Alta. Una location che sorprende per la sua versatilità: ambienti moderni, luci morbide, dettagli curati che sullo schermo diventano scenari perfetti per un racconto sospeso tra realtà e dimensione interiore. Tra cavi, monitor e indicazioni sottovoce, la macchina del cinema si muove con precisione quasi chirurgica.
Basta qualche ora tra ciak e prove per capire che non si tratta di una produzione qualunque. L’atmosfera è quella di un set compatto, quasi familiare, dove ogni reparto sembra muoversi con una sintonia rara. Attori, tecnici, produzione: tutti partecipano a un progetto che ha il sapore di una sfida condivisa. Si gira in spazi raccolti, spesso riadattati scena dopo scena, mentre fuori la quiete del quartiere residenziale contrasta con l’intensità emotiva delle riprese.
A confermarlo è Gianmarco Tognazzi, che con la Puglia ha un legame ormai consolidato. «È un rapporto decennale», racconta, tra teatro, cinema e festival. Ma questa volta, più del personaggio, a convincerlo è stata la natura stessa del film: «Sono un amante del cinema indipendente, è una forma di espressione fondamentale». E sul set ritrova proprio quel clima autentico che, dice, «era il modo in cui da bambino speravo di poter lavorare».
Un’idea di cinema che si riflette anche nel racconto corale costruito da Mario Tani: otto personaggi, otto traiettorie che si incrociano in un intreccio denso, quasi una ragnatela emotiva. Al centro c’è Marco, interpretato da Roberto Corradino, un uomo in bilico tra crisi personale e professionale. «È un personaggio che ha un climax molto forte», spiega l’attore, sottolineando come il film riesca a raccontare «il burnout di un mondo» attraverso relazioni semplici ma cariche di tensione.
Il set diventa così il luogo in cui queste storie prendono corpo, tra una scena girata in un locale e un’altra preparata con attenzione quasi artigianale. Nulla è lasciato al caso: ogni inquadratura viene discussa, ogni movimento calibrato, con una troupe interamente pugliese che lavora in sintonia. La città non è solo sfondo, ma parte integrante del racconto. Non è un caso che lo stesso Tani, barese, abbia scelto di tornare qui dopo gli anni di formazione: «In Puglia oggi esiste una piccola industria del cinema», spiega, sottolineando il ruolo fondamentale della Apulia Film Commission nel sostenere progetti indipendenti.
Ed è proprio questa indipendenza a emergere come filo conduttore della giornata. Non solo nella libertà creativa, ma anche nel modo di lavorare: collaborazione, adattamento, ascolto. «Sono produzioni create con grande forza di volontà», osserva ancora Corradino, dove il limite diventa spesso occasione.
Tra una pausa e l’altra, si percepisce chiaramente che Gli intrusi non è solo un film, ma un’esigenza personale del regista. «Ho raccontato una storia che ho vissuto in prima persona», confida Tani. Da qui nasce un cinema che scava nell’inconscio, che punta più sulle emozioni che sulla spettacolarizzazione, cercando un contatto diretto con lo spettatore.
E forse è proprio questa la sensazione che resta a fine giornata: quella di un cinema che prova ancora a interrogarsi, a rischiare, a raccontare l’umano senza scorciatoie. In un tempo dominato da narrazioni seriali e formule ripetute, Gli intrusi si presenta come un piccolo atto di resistenza. Un film che, come suggerisce il titolo, parla di presenze scomode, di fragilità, di tutto ciò che spesso preferiamo tenere ai margini, ma che finisce sempre per trovarci.