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Tornare all’ipotesi di reato originariamente formulata e condannare tre imputati. È, in estrema sintesi, la richiesta formulata alla corte d’appello (presidente Antonio Del Coco) dal sostituto procuratore generale Mario Baruffa nel processo di secondo grado sulle tangenti per le concessioni edilizie al Comune di Martina Franca.

Il 25 giugno del 2015 il tribunale condannò a tre anni di reclusione l’ex senatore di Forza Italia, Lino Nessa, riconosciuto colpevole di concussione per induzione. Per Nessa, difeso dagli avvocati ed ex colleghi di partito Gianfranco Chiarelli e Francesco Paolo Sisto, il tribunale dispose inoltre l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e il risarcimento nei confronti delle parti civili, tra le quali l’imprenditore Martino Lodeserto, la società Clc srl e il Comune di Martina Franca rappresentate tra gli altri dall’avvocato Eligio Curci. I giudici, inoltre, mandarono assolto perché il fatto non sussiste l’architetto Camillo Dell’Anno, ex dirigente del settore urbanistica, per il quale il pm Cannarile aveva chiesto una condanna a cinque anni, e fu dichiarato il non luogo a procedere nei confronti di sei imputati: oltre allo stesso Dell’Anno che rispondeva anche di altre ipotesi di reato, la prescrizione intervenne per l’ex sindaco Leonardo Conserva, per il dirigente comunale Giovanni Simeone del servizio Contenzioso, per l’ex responsabile dell’Ufficio tecnico Eligio Mutinati, per il geometra comunale Martino Carbotti che rispondeva di falso e per l’imprenditore edile Evasio Montanaro, difesi dai legali Gaetano Vitale e Gaetano Cimaglia. In primo grado i magistrati ritennero fondata l’accusa secondo la quale Nessa avrebbe chiesto una tangente di circa 100mila agli imprenditori Martino e Antonio Lodeserto.

Quella sentenza è stato però impugnata nel 2015 dall’allora sostituto procuratore generale Pina Montanaro, secondo il quale il tribunale, «dopo aver esattamente e compiutamente ricostruito la vicenda al suo esame, sotto il profilo storico ma anche tecnico-amministrativo, ha errato nella qualificazione giuridica delle condotte ascritte agli imputati. Ciò sulla base dell’errata convinzione che le parti offese non si fossero trovate in uno stati di costrizione assoluta ma avessero una scelta alternativa tanto da potersi sottrarre alla pretesa concussoria degli imputati».

La tesi della dottoressa Montanaro è stata fatta propria dal sostituto procuratore generale Mario Barruffa che al termine della sua discussione ha chiesto alla corte d’appello di condannare Leonardo Conserva e Giovanni Simeone a 4 anni e 6 mesi di reclusione e Lino Nessa a 4 anni. Conclusioni alle quali si sono associate le parti civili. Di tutt’altro segno naturalmente le conclusioni della difesa che ha chiesto il respingimento dell’appello della Procura generale e, per quanto riguarda Nessa, invece il proscioglimento.

Il verdetto della corte arriverà il prossimo 9 marzo.

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