la storia
Dal primo omicidio a 17 anni alle mani sul territorio di Pulsano: così Venere ha scalato il potere
Minacce, incendi ed estorsioni: Anselmo Venere, 55 anni, è l'uomo ritenuto il mandante del delitto di Martino Marangia. Un agguato commissionato per vendicare un affronto subito
«Scaltro, capace di condizionare i comportamenti altrui e insofferente rispetto alle prescrizioni imposte dall’autorità, vigile nel dirigere le persone a lui vicine e adattarsi alle situazioni, puntando sull’astuzia, raccogliendo dettagli e usandoli a suo favore». Così la magistratura ha descritto Anselmo Venere, 55 anni l'uomo ritenuto il mandante del delitto di Martino Marangia: un agguato commissionato per vendicare un affronto subito e consolidare nella comunità quel prestigio criminale che non può fare a meno della paura. I carabinieri gli hanno notificato l'ordinanza in carcere dove si trova da dicembre scorso quando gli stessi militari del Nucleo Investigativo lo hanno arrestato perchè individuato come il fulcro di un'organizzazione che gestiva le estorsioni nel versante orientale della provincia ionica.
Una carriera criminale cominciata all'età di soli 17 anni con un omicidio poi la scalata al potere fino al comando del territorio pulsanese. Un salto ottenuto anche grazie alla “scomparsa” del gruppo rivale guidato da Maurizio Agosta demolito dalle inchieste giudiziarie. Ed è in quel momento storico che Venere decide che è giunta l'ora di mettere le mani su tutto il territorio. Non solo estorsioni, decide di chiarire che ormai è lui a comandare: per questo, un giorno, chiama un imprenditore e gli ordina di licenziare il figlio di Agosta. Un atto quasi che segue di qualche tempo l'esecuzione di Marangia. Tutti devono essere sottomessi. Per chi si ribella ci sono le fiamme. Stabilimenti balneari, auto e non solo: chi non voleva pagare, doveva fare i conti con lui. «La litoranea la guardo io. Punto» affermava il 55enne in una delle intercettazioni raccolte nell'inchiesta conclusa a dicembre scorso e ribattezzata “Argan” come il protagonista del “Malato immaginario” di Molière, una figura letteraria scelta dai carabinieri proprio per indicare Venere, capace di simulare anche un'invalidità pur di uscire dal carcere: proprio lui, parlando con la moglie, celebra le sue doti da attore affermando «Io l’Oscar devo vincere», «Dentro l’ambulanza stavo come uno storpio». Una sceneggiata per tornare a casa perchè nella sua casa a Pulsano, riusciva a incontrare sodali e vittime senza intermediari e guidare il gruppo verso il dominio incontrastato del territorio.
Era già finito in cella a novembre 2023 con l'inchiesta “No one” proprio per il licenziamento del figlio del rivale: «Ascoltami bene, allora io ti sto avvisando… il figlio di Maurizio Agosta lo devi cacciare. Guardati alle spalle allora da oggi in avanti figlio di puttana, devi morire mo». Durante il processo per quella vicenda, l'imprenditore sarebbe stato avvicinato e costretto a rinunciare alla costituzione di parte civile in aula, ma non solo. E tra i testimoni c’è chi ha anche chiesto consiglio al boss: «Scrivimi quello che devo dire: Faccio quello che vuoi tu».