i nodi dell'acciaio
Taranto, la voce di cittadini e associazioni: «Stop alle proroghe l’ex Ilva deve chiudere»
Il Tribunale di Milano nella sentenza con cui ha imposto lo stop all'ex Ilva di Taranto a partire dal 24 agosto 2026 se non ci saranno modifiche all'Aia, avrebbe violato il principio cui doveva far rispettare concedendo a sua volta una ulteriore proroga alla fabbrica
Il Tribunale di Milano nella sentenza con cui ha imposto lo stop all'ex Ilva di Taranto a partire dal 24 agosto 2026 se non ci saranno modifiche all'Aia, ha violato il principio cui doveva far rispettare concedendo a sua volta una ulteriore proroga alla fabbrica. È quanto sostengono le associazioni e i cittadini di Taranto nel reclamo presentato alla Corte d'appello meneghina che il prossimo 22 aprile dovrà decidere se conferma o meno la decisione dei colleghi di primo grado sul futuro della fabbrica. Nel documento firmato dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, infatti, si legge che il tribunale «ha concesso, con illegittima e vietata giurisprudenza creativa, “un termine di grazia” di ulteriori sei mesi» nonostante non fosse stato richiesto da nessuna delle parti. «Già solo per questo verso – scrivono i legali - la violazione commessa dalla sentenza sul punto è evidente, ma essa è ben più grave, poiché la proroga concessa è addirittura a tempo indeterminato» visto che ha ritenuto «sufficiente ad evitare la sospensione dell’attività la sola presentazione di una domanda di riesame dell’Aia e non già anche la concreta attuazione delle prescrizioni che dovranno essere adottate a seguito del riesame. In altre parole – si legge ancora nell'altto - al gestore basterà presentare la domanda, se poi, il procedimento avrà una durata di anni o addirittura non dovesse concludersi, l’attività potrà essere proseguita nonostante sia certo il grave pericolo che reca a salute ed ambiente».
Per cittadini, comitati e associazioni che hanno avviato l'azione inibitoria, in sostanza, la fabbrica va fermata senza se e se ma per «imporre rimedi concreti all’intollerabile situazione» ed evitare che la decisione della magistratura lombarda non diventi «l’ennesimo rimedio puramente cartaceo, per giunta “postdatato”, destinato a lasciare il tempo che trova, il che si traduce in centinaia di morti aggiuntive e di migliaia di gravi patologie, ogni anno. Questa è l’amara realtà – aggiungono gli avvocati Amenduni e Striano - cui va apprestato e contrapposto un rimedio drastico, non palliativo, una realtà e che si protrae intrisa degli innumerevoli ed inconfessabili interessi clientelari e di illeciti profitti, di cui usufruiscono gli apparati che hanno creato e sostengono la perpetuazione di Taranto come “zona di sacrificio”, deprimendo uno sviluppo economico sostenibile e la stessa occupazione, che avrebbe tutt’altro rilancio se le risorse economiche pubbliche non venissero dilapidate per ripianare le perdite miliardarie provocate dalla gestione di impianti ridotti ormai a rottame».
In fabbrica intanto sono partite ieri le attività preparatorie per gli ultimi accertamenti sull'Altoforno 1, l'impianto fermato dalla Procura a maggio 2025 quando un incendio gigantesco divampò nell'impianto: il 7 aprile, infatti, la consulente della Procura, Paola Russo, docente di Chimica Industriale e Tecnologica alla Sapienza di Roma, insieme con Arpa Puglia, Spesal e Vigili del Fuoco effettuerà gli ultimi accertamenti necessari per comprendere le cause di quel rogo. Operazioni che una volta effettuato potrebbero portare alla rimozione dei sigilli e alla restituzione dell'impianto per le attività di ripristino e ripartenza.
Nella giornata di ieri, però, l’Usb ha lanciato un nuovo allarme sulla sicurezza all'interno dello stabilimento e in particolare sull'Acciaieria2: Vincenzo Mercurio, coordinatore provinciale Usb Taranto, ha denunciato lo stato in cui versano «vie di camminamento, anche in quota, sulle quali giacciono cumuli di calce e minerale, che peraltro corrode il piano di calpestio in ferro. Materiale che, oltre ad essere presumibilmente cancerogeno, ostacola la visibilità e può causare lo scivolamento dei lavoratori». Secondo il sindacalista, «non sono bastati due operai morti in meno di due mesi per convincere a metter in campo misure e interventi efficaci». L’organizzazione riferisce inoltre che, a fronte delle richieste di chiarimenti, sarebbero stati effettuati «controlli visivi», ritenuti «inammissibili» e insufficienti per valutare i rischi reali.