La notizia dell’approvazione in Commissione Industria del Senato dell’emendamento al decreto-legge ex Ilva, che consente di utilizzare fino al 2028 le risorse del Fondo destinato alle imprese dell’indotto, arriva in una fase di estrema fragilità per la filiera siderurgica jonica. Un segnale politico, certo. Ma anche la conferma di una gestione che continua a inseguire l’emergenza.
Il Fondo, istituito con la Legge di Bilancio 2024 e dotato di un milione di euro per ciascuno degli anni dal 2025 al 2027, rischiava di restare inutilizzato a causa dei ritardi nell’adozione del decreto attuativo. L’emendamento a firma della senatrice pugliese Maria Nocco (Fratelli d’Italia), approvato con riformulazione, sposta ora l’orizzonte temporale al triennio 2026-2028, salvaguardando integralmente la dotazione complessiva di 3 milioni di euro.
La politica, insomma, prova a mettere un argine alla rovinosa vertenza dell’ex Ilva mentre il lavoro continua a chiedere una rotta chiara per scongiurare la bomba sociale in città. Nel mezzo resta Taranto, sospesa tra provvedimenti tampone, appelli al dialogo e un futuro industriale che fatica ancora a prendere forma.
Ed è in questo quadro che si inseriscono le parole della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ieri in conferenza stampa a Roma ha richiamato la necessità di coinvolgere tutti i livelli istituzionali, compresi quelli territoriali, invitando a «remare tutti nella stessa direzione» per conciliare salute, occupazione, sicurezza e ambiente. Un passaggio, questo, recepito con grande attenzione dal sindaco di Taranto, Piero Bitetti. «Accolgo positivamente l’impegno a non ripetere gli errori del passato e a non consentire a eventuali nuovi acquirenti intenti predatori – ha detto Bitetti –. Ma ora dalle parole si passi ai fatti».
Da qui la richiesta, ribadita, di un incontro diretto con la premier: «Il coinvolgimento del territorio è imprescindibile. L’ex Ilva è una partita decisiva e non può essere affrontata senza la partecipazione attiva di Taranto».
A rafforzare il coro delle sollecitazioni arriva anche la voce della Chiesa. «Adesso bisogna prendere una decisione, non si può più aspettare. La fabbrica diventa sempre più obsoleta». Così, a Radio Vaticana, l’arcivescovo emerito di Taranto, Filippo Santoro, interviene sulla vertenza e sull’ipotesi di cessione al Flacks Group. «È chiaro che Flacks ha manifestato l’intenzione di acquisire – osserva – ma chi ci assicura che non si ripeta quanto già visto con ArcelorMittal? Parliamo di un fondo di investimento, non di un industriale dell’acciaio: i dubbi sono legittimi». Per mons. Santoro la priorità resta la tutela della vita, della salute e del territorio. «Qui serve un’inversione di rotta – sottolinea –. Il pericolo più grande è continuare a inquinare e a trattare male questa terra».
Da qui l’appello a una scelta netta e a un ruolo diretto dello Stato: «Se si deve intervenire, lo si faccia in modo oculato, mettendo al primo posto la difesa della vita e della salute. Vie di mezzo non ce ne sono. È necessario un intervento pubblico, almeno al 40%».
Parole che si intrecciano con le richieste dei sindacati e con l’appello degli enti locali: basta rinvii, basta soluzioni provvisorie. La fabbrica invecchia, gli impianti si fermano a singhiozzo, l’indotto scivola verso il collasso e la comunità continua a vivere nell’incertezza. Sul territorio, però, la tensione resta alta. I sindacati continuano a giudicare insufficienti anche le ulteriori risorse previste dal decreto (fino a 50 milioni di euro per garantire la prosecuzione dell’attività produttiva qualora la cessione non si chiuda entro il 30 gennaio 2026) e a chiedere un cambio di passo. La critica non è solo quantitativa, ma di metodo: servono certezze su assetti societari, piano industriale, investimenti e tempi.
Anche i tempi della cessione preoccupano: Antitrust europeo e Golden Power richiederanno mesi, «mentre – denuncia il segretario generale della Uilm Taranto, Davide Sperti – l’unica certezza oggi è la fermata progressiva degli impianti, a partire dal preriscaldo delle cokerie, senza indicazioni chiare su cosa accadrà da marzo in poi». Da qui la richiesta, ribadita, di una convocazione urgente a Palazzo Chigi.
Sulla stessa linea la Fiom Cgil. Per il segretario generale di Taranto, Francesco Brigati, «le risorse annunciate sono insufficienti a garantire la continuità produttiva e gli interventi manutentivi necessari alla ripartenza degli impianti». Anche perché, osserva, la trattativa sulla vendita internazionale potrebbe slittare fino ad aprile. «È una discussione che deve coinvolgere le organizzazioni sindacali – sottolinea – sul piano industriale, sugli investimenti e sugli assetti societari». Per la Fiom, lo stanziamento rappresenta «un passo molto piccolo», utile a dare respiro ma non a costruire una prospettiva. E il ruolo dello Stato resta centrale per un settore considerato strategico.
La Fim Cisl insiste sulla necessità di uscire dall’ambiguità. «L’emendamento serve a garantire il percorso nell’immediato – afferma il segretario nazionale Valerio D’Aló – ma la priorità resta la convocazione a Palazzo Chigi». Le indiscrezioni su Flacks e su possibili industriali italiani rendono, secondo la Fim, ancora più urgente un confronto trasparente: «Non accetteremo percorsi già definiti senza il coinvolgimento dei lavoratori. L’esperienza passata insegna che gli accordi calati dall’alto non funzionano».
Finché questa decisione non arriverà, ogni emendamento, ogni fondo, ogni dichiarazione rischia di restare un passaggio intermedio. Ma per lavoratori, imprese e cittadini il tempo stringe e la scelta sul futuro dell’ex Ilva non è più procrastinabile.
















