La curiosità

Da Caracas a Bari, ecco la storia di Michele Amoruso: «Io, arrotino del Terzo Millennio»

DONATELLA LOPEZ

L'uomo girà la città con un’auto furgonata: il suo laboratorio mobile

«Donne, è arrivato l’arrotino», la frase che gli antichi artigiani pronunciavano al megafono perché la voce raggiungesse le case e facesse scendere in strada le massaie per affilare i coltelli. Era un richiamo che «tagliava» l’aria del mattino come una lama appena passata sulla mola, annunciando un rito antico e puntuale. L’arrotino arrivava pedalando lento con il suo carretto e il profumo acre del ferro che già prometteva scintille. Si fermava agli angoli delle strade e lì montava il suo piccolo ufficio. Le mani sapevano leggere l’usura del tempo sulle lame, riconoscere le storie incise nei manici. Ogni coltello era una confessione domestica, ogni forbice un segreto di casa. L’arrotino non vendeva solo affilature, ma pazienza, ascolto, continuità. Mentre la mola girava, girava anche il mondo: le stagioni, le famiglie, le abitudini. E in quel rumore rotondo e ipnotico, il mestiere si faceva memoria, sopravvivenza, arte silenziosa di chi rendeva di nuovo utile ciò che stava per essere dimenticato.

Michele Amoruso, nato a Caracas da genitori italiani in Venezuela, si considera «barese». Non attraversa le strade della città in bicicletta, bensì con un’auto furgonata dove nel bagagliaio custodisce una preziosa mola per affilare i coltelli di macellai e pizzicagnoli. Un macchinario realizzato da un serramentista/tornitore artigiano, ormai deceduto, che aveva la sua officina fuori città sulla strada tra Ceglie e Adelfia.

«Realizzò per me questa mola – racconta – per aiutarmi. Quanto tornai in Italia, avevo una patente internazionale per la guida dei camion, ma poi cambiò la legge e mi ritrovai senza lavoro. Fare l’arrotino fu l’alternativa e Stramaglia, il serramentista che la realizzò, si ingegnò per farla usando un vecchio motore di una lavatrice, per il movimento, recuperando ferri vecchi e creando a mano una serie di componenti».

Michele lavora a chiamata: «Ma ho perso almeno il 70% della clientela perché ora vanno di moda i coltelli a noleggio, forniti da aziende del Nord, che provvedono all’assistenza sulle lame. Ho i miei clienti fissi, ma sono assai diminuiti e le donne non sono puntuali nella manutenzione di forbici e coltelli. Ci si vede una volta al mese, se va bene. Non è più come una volta».

Ma quanto guadagna l’arrotino? «Poco, si fa giornata. Il mio è uno stipendietto perché buona parte di ciò che entra se ne va in carburante per l’auto e per alimentare la mola».
Le mani di Michele sanno bene come inclinare le lame di coltelli e mannaie. «È un lavoro di precisione che mi è costato anche un dito, l’indice della mano destra. Svenni per il dolore».

Michele ha finito di affilare i coltelli per il cliente macellaio di via Sagarriga Visconti. È ormai ora di pranzo e domani, e tutte le volte che sarà necessario, tornerà ad aprire il bagagliaio per affilare i coltelli che rendono possibile il lavoro degli altri: il pane fresco tagliato ogni giorno, il pesce da sfilettare, il prosciutto da disossare, e tutti quei gesti ripetuti che tengono in piedi l’economia della città.

Richiude il bagagliaio con lentezza, come si fa con le cose che contano, e nel silenzio che segue il ronzio della mola resta una specie di rispetto. Quello per un mestiere che non fa rumore, che non corre, che non promette futuro, ma tiene fede al presente. Michele riparte senza megafono, senza richiamo, affidandosi al passaparola e alla memoria di chi sa che una lama, come una vita, va curata prima che sia troppo tardi.

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