punti di vista
Sull’emergenza Xylella la frammentazione fondiaria è un nodo che non vediamo
Perché, a distanza di anni ormai, la ricostruzione delle campagne procede con tanta difficoltà?
Il dibattito di questi giorni sulle misure per la rigenerazione del paesaggio post-Xylella rischia ancora una volta di fermarsi alla superficie del problema, tra denunce di fondi non spesi, verifiche sui contributi erogati e proposte di commissariamento. I numeri divergono, le responsabilità si rincorrono tra Ministero e Regione Puglia, ma una domanda forse ancora più impegnativa resta sullo sfondo: perché, a distanza di anni ormai, la ricostruzione delle campagne procede con tanta difficoltà?
Le spiegazioni più immediate chiamano in causa la burocrazia, i ritardi amministrativi, la complessità delle procedure. Si tratta di motivazioni reali ma non sufficienti, perché anche laddove le risorse sono state stanziate, richieste e regolarmente erogate, spesso non si sono tradotte in interventi effettivi e in nuove forme di paesaggio. L’impressione è che questo scollamento tra contributi erogati e reimpianti effettuati – sulle cui dimensioni occorrerebbero dati chiari, certi e accessibili al pubblico – segnali la persistenza di un certo modo di intendere l’olivicoltura, legato alla consolidata attitudine a praticare un’agricoltura di sussistenza e alla storica vicenda delle integrazioni comunitarie ai prezzi. Un rapporto con la terra, in sostanza, che tende all’estrazione immediata di reddito senza troppo interesse verso la conduzione delle campagne, il loro presidio e la loro riproduzione e tutela nel tempo. È la stessa logica che oggi può condurre, senza soluzione di continuità, verso altre forme di parassitismo: dal fotovoltaico selvaggio, a terra e senza una seria pianificazione nell’uso del suolo, alla cementificazione, con gli incendi estivi che intervengono puntualmente a sgombrare i campi per nuovi impieghi.
Il punto è che la crisi imposta da Xylella si innesta su decenni di senilizzazione e spopolamento delle campagne, di migrazioni e di distacco dalle pratiche agricole, che oggi colpisce soprattutto la piccola proprietà contadina. Il Salento post-Xylella presenta oggi uno scenario assai diverso da quello del primo e del secondo dopoguerra: a quel tempo si trattava di stabilizzare socialmente le campagne, ricomponendo l’aspro conflitto tra agrari e contadini tramite la frantumazione del latifondo e la formazione di una piccola proprietà diretto-coltivatrice. Oggi, invece, abbiamo un problema diverso, di presidio e tutela del territorio.
È inevitabile che in queste condizioni i meccanismi di incentivazione pubblica mostrino tutti i loro limiti. Perché presuppongono l’esistenza di soggetti produttivi in grado di investire, pianificare, sostenere nel tempo la gestione degli impianti. Ma questi soggetti, in molti casi, semplicemente non esistono più o non sono affidabili interlocutori degli interventi pubblici: spesso privi di risorse, dispersi o troppo disinteressanti e , lontani dalla realtà delle campagne, per poter reggere il peso della riconversione colturale e della ricostruzione paesaggistica.
È qui che si colloca il nodo, finora sorprendentemente assente nel dibattito pubblico, della ricomposizione fondiaria. Non si tratta di mettere in discussione il retaggio sociale e culturale della piccola proprietà – cui tutte e tutti siamo legati – né di evocare il ritorno del latifondo. Si tratta di prendere atto che, senza una riorganizzazione delle unità poderali, senza la formazione di aziende di dimensioni economicamente sostenibili in grado di presidiare il territorio, nessuna politica di reimpianto potrà produrre risultati efficaci e duraturi. In questa direzione, a più riprese ho proposto la costituzione di un’agenzia regionale di scopo chiamata ad acquisire, ricomporre e rimettere sul mercato unità fondiarie adeguate, eventualmente lasciandole nella disponibilità pubblica per sostenere i processi di riforestazione.
Xylella, in questo senso, non è stata solo una catastrofe fitosanitaria ma soprattutto un acceleratore critico. Essa ha portato alla luce il lento e inesorabile declino di un paesaggio agrario a tratti monocolturale, privo di un referente sociale stabile, esposto all’abbandono, alla perdita di funzione produttiva, agli appetiti della rendita. Ed è in questo vuoto che si inseriscono dinamiche alternative che rischiano di ridefinire in profondità l’uso del territorio.
Ricostruire il paesaggio post-Xylella significa allora andare oltre la sola questione degli ulivi e interrogarsi su quale agricoltura, quali soggetti e quali forme di uso del suolo vogliamo realmente promuovere. In questa prospettiva, reimpianti e riforestazione non sono opzioni alternative ma parti di una stessa strategia: quella di restituire continuità, presidio e pluralità a un territorio frammentato.
Fuori da questa impostazione ogni polemica sui fondi – spesi o non spesi – rischia di essere fuorviante. Perché il problema non è soltanto quanto si spende, ma la capacità di trasformare quelle risorse in un nuovo equilibrio tra economia, ambiente e società. Temo che la frattura aperta da Xylella non si possa ricomporre con un semplice commissariamento, più utile forse a ridefinire i rapporti di forza tra i diversi livelli della decisione politica. La questione è più profonda: riguarda la capacità di ricostruire, insieme al paesaggio, le condizioni sociali e produttive che lo rendono possibile.