storia
Matteotti e quelle elezioni del 1924: unità socialista contro la violenza fascista
Fu fra i primi a denunciare, su «La Giustizia», quotidiano ufficiale del suo partito, la nascente «dittatura» fascista, rivolgendosi a «quella accolta di uomini mediocri, che il dittatore ha messo intorno a sé, come in certe compagnie drammatiche»
In seguito all’espulsione dal PSI (a maggioranza massimalista), avvenuta il 3 ottobre 1922, e alla nascita del primo governo Mussolini (31 ottobre), il Partito socialista unitario di Matteotti, Treves e Turati non riuscì a definire una chiara strategia politica, anche perché i sindacalisti della CGdL, su posizioni riformiste – nonostante l’opposizione del segretario del PSU, Matteotti, fra i primi a denunciare, il 19 novembre, su «La Giustizia», quotidiano ufficiale del suo partito, la nascente «dittatura» fascista, rivolgendosi a «quella accolta di uomini mediocri, che il dittatore ha messo intorno a sé, come in certe compagnie drammatiche» – avrebbero sostenuto il dialogo con il governo, in difesa dei diritti già acquisiti dai lavoratori; e Mussolini strumentalizzò questo atteggiamento, per acuire i contrasti fra le file dei socialisti riformisti.
La riforma elettorale presentata dal governo fascista (legge Acerbo), e approvata nel luglio 1923 con il voto determinante dei popolari, provocò la dura reazione del PSU. Nell’autunno 1923, si tennero due convegni dei socialisti riformisti, che approvarono, dunque, la linea di forte opposizione al governo, voluta da Matteotti: il fascismo – dichiarò il segretario del PSU – era «l’acquisizione più viva del senso di classe della borghesia… Abbiamo due compiti dinanzi a noi: combattere la borghesia e tentare di staccare dalle classi capitalistiche quegli elementi che si son dati al fascismo soltanto per paura dei nostri veri o immaginari eccessi»; quegli «eccessi» rivoluzionari che spaventavano i ceti medi.
I riformisti del PSU, quindi, si dichiararono disponibili ad alleanze elettorali con quelle forze borghesi ritenute più illuminate; nel loro programma si legge: «Siamo per la lotta di classe e non per la guerra di classe... Lotta di classe non per emancipare una classe e opprimerne un’altra, ma perché tutti i privilegi di classe siano aboliti… La lotta di classe non esclude la possibilità di collaborazione di classi e partiti diversi».
Le violenze fasciste posero le opposizioni dinanzi a un’alternativa: partecipare alle elezioni dell’aprile 1924 con una lista unitaria o chiedere all’elettorato di astenersi dal voto. Turati e Matteotti erano per l’astensione. Ma il confronto con il PSI e il PCd’I subito s’interruppe quando i comunisti invitarono pubblicamente i socialisti a partecipare alle elezioni con l’adozione di una piattaforma unitaria e classista, abbandonando la via astensionista. Matteotti, quindi, accusò il PCd’I di aver volontariamente fatto fallire le trattative, ponendo in partenza delle condizioni inaccettabili per i riformisti. E scrisse a Togliatti: «Il porre tali condizioni pregiudiziali ad una intesa… significa rendere assolutamente impossibile l’intesa… Se tale era il vostro scopo l’avete indubbiamente raggiunto. Ma non vi sarà permessa la solita comoda manovra, per scaricare su di noi la responsabilità, che è vostra, di avere diviso e indebolito il proletariato italiano nei momenti di più grave oppressione e pericolo».
I riformisti del PSU, dunque, provarono a concordare una strategia astensionista con altre forze parlamentari; ma i popolari, nel gennaio 1924, avevano già deciso di prendere parte alle elezioni e anche gli altri partiti, infine, si dichiararono favorevoli alla partecipazione. Matteotti decise, quindi, di abbandonare la linea astensionista, rilanciando la riunificazione con il PSI. Scrisse a Turati: «I massimalisti sono in condizioni forse peggiori delle nostre… Ma l’unione può dare un nuovo spirito alle masse, le quali altrimenti o si appartano o vanno al comunismo, se non anche qualcuno al fascismo. Bisogna fare presto». E ancora: «Sono sempre stato favorevole all’unità, perché, al di sotto delle frasi e delle formule, ho sempre visto una identità sostanziale tra tutti i socialisti, e un’antitesi netta soltanto col comunismo… O di qua o di là; o col socialismo o col comunismo. La persistenza del massimalismo equivoco danneggia ogni giorno di più».
Matteotti ribadiva, quindi, la sua ferma opposizione ad un’alleanza con i comunisti, scrivendo ancora a Turati: «Complice involontario del fascismo è il comunismo. La violenza e la dittatura predicata dall’uno diviene il pretesto e la giustificazione della violenza e della dittatura dell’altro». Ma anche i due partiti socialisti restarono distanti e, alla fine, parteciparono alle elezioni su posizioni differenti: il PSI rimase al fianco dei comunisti, respingendo ogni accordo con i riformisti e con i partiti borghesi.
In febbraio, il Partito nazionale fascista dichiarò che il PSU andava contrastato «con il massimo rigore» (sarebbe, poi, stato messo fuori legge per ordine del governo nel 1925) e subito dopo le elezioni del 6 aprile 1924, Matteotti lanciò un appello: «Dopo la conclusione della beffa elettorale, dalla quale il nostro partito, sfidando ogni sorta di violenze, è uscito con una bella manifestazione di resistenza, i compagni tutti hanno il dovere di mettersi al lavoro per consolidare la nostra organizzazione».
Pochi giorni dopo, in vista del 1° maggio, il PCd’I, dalle pagine de «L’Unità», invitò PSI e PSU ad un’astensione dal lavoro, chiedendo la collaborazione della CGdL. Anche questa volta, Matteotti reagì duramente, convinto che l’iniziativa dei comunisti fosse un nuovo tentativo di mettere in difficoltà i socialisti del suo partito, cercando di trascinarli su una piattaforma di violenta azione classista, allontanandoli sempre di più dalla borghesia moderata. Il 17 aprile, rispose su La Giustizia: «Restiamo ognuno quello che siamo. Voi siete comunisti per la dittatura e per il metodo della violenza delle minoranze; noi siamo socialisti e per il metodo democratico delle libere maggioranze. Non c’è, quindi, nulla di comune tra noi e voi. Ogni giorno ci accusate di tradimento contro il proletariato. Se siete, quindi, in buona fede è malvagio da parte vostra la proposta di unirvi con i traditori. Se siete in malafede, noi non intendiamo prestarci ai trucchi di nessuno».
Il 30 maggio, Matteotti intervenne in Parlamento, denunciando i brogli e le violenze fasciste e chiedendo «l’annullamento in blocco» delle elezioni; il 4 giugno, intervenne ancora duramente alla Camera, sulla situazione della Tripolitania, ricordando come Mussolini si fosse opposto all’intervento in Libia del 1911, e sul decreto di amnistia del 1919 per i disertori, accusando la stampa fascista di averlo approvato. Il 10 giugno, fu rapito e ucciso dai sicari fascisti.