punti di vista
Una Costituzione quasi «morbida» tra i partiti-guida
Per essere una Costituzione «rigida», la nostra Carta ha mostrato nei suoi 78 anni di vita un’insospettabile morbidezza dal punto di vista dell’accoglienza dei mutamenti
Per essere una Costituzione «rigida», vale a dire non modificabile se non con procedure speciali e «aggravate» che tendono alla più ampia convergenza possibile tra maggioranza e opposizione, la nostra Carta ha mostrato nei suoi 78 anni di vita un’insospettabile morbidezza dal punto di vista dell’accoglienza dei mutamenti. Se abbiamo portato il conto giusto, infatti, dal ’48 ad oggi la manomissione del «sacro testo» è avvenuta per ben 45 volte. Si intendono, ovviamente solo i cambiamenti approvati dal Parlamento che abbiano avuto esiti confermativi da eventuali referendum.
Ma l’incidenza delle leggi che hanno riformato la Carta non è stata uguale: solo venti scalfiscono direttamente il testo della Costituzione del ’48, mentre le altre riguardano l’approvazione di autonomie e statuti regionali, oppure sono norme di rango costituzionale che toccano aspetti particolari (es: istituzione di commissioni parlamentari per le riforme ecc.). Se in un primo tempo abbiamo assistito ad un uso parsimonioso delle revisioni del testo costituzionale, diciamo dagli anni ’50 fino alla fine degli anni ’80, limitando gli interventi a norme necessarie alla funzionalità della Corte e, nel ’63, all’allineamento di numeri e durata per entrambe le Camere, a partire dai primi anni ’90 si metterà mano volentieri, cominciando dalla revisione dell’immunità parlamentare. Ma gli effetti più travolgenti sul piano della «Costituzione sostanziale» non vennero dalle riforme costituzionali bensì dalle nuove leggi elettorali maggioritarie, che influenzarono pesantemente il panorama istituzionale, concorrendo a debilitare la forma-partito, la centralità del Parlamento ed il suo ruolo costituzionale, a mettere in crisi il divieto di vincolo di mandato per i parlamentari, tanto per rammentare alcune delle conseguenze dirette.
Siamo in piena Seconda Repubblica, che rivendica sanzioni costituzionali in grado di esaltare il suo avvento nell’era del maggioritario «salvifico», almeno secondo il teorema di chi immaginava un’Italia bipolare. In questo nuovo tempo era di moda percorrere tracce di presidenzialismo all’italiana: risale al 1993 la legge che introdusse l’elezione diretta del sindaco e del presidente della provincia e trovò il suo logico sviluppo con la legge costituzionale del 1999 e l’ estensione del principio al presidente della Regione. Su questa traccia, che ha prodotto il fenomeno dei «principati regionali» contemporanei, si compì la revisione costituzionale del titolo V che trasformò il regionalismo disegnato dai costituenti in qualcosa d’altro e di diverso e di incerta natura, ma sicuramente con una postura ribaltata nel rapporto con lo Stato. E se le grandi riforme di Berlusconi e Renzi, tendenti la prima a disegnare una specie di presidenzialismo e la seconda a spezzare il bicameralismo paritario, non trovarono l’avallo popolare nel referendum, non fu per il conservatorismo costituzionale che viene attribuito al corpo elettorale, ma solo per la convergenza maggioritaria dei partiti contrari alle riforme.
Perché questa è una delle sorprese più interessanti dei referendum: nonostante i partiti se la passino malissimo, continuano ad essere la guida per gli elettori che vanno a votare. Non a caso l’unanimità dei partiti a sostegno del taglio dei parlamentari corrispose all’approvazione del corpo elettorale (nel 2020). Non ci fu bisogno del referendum confermativo nel caso dell’inclusione nell’art.81 Cost. del principio del pareggio di bilancio statale: un episodio da manuale di come un rilevante mutamento della norma costituzionale possa essere approvata in poco più di cinque mesi, con voto largamente maggioritario. Riforme più recenti hanno poi riguardato nel 2022 le modifiche degli art. 9 e 41 in materia di tutela dell’ambiente, dando accesso ai diritti delle future generazioni. Infine le riforme meloniane, ancora in attesa di approvazione. Della giustizia si saprà il 23 marzo. Del premierato elettivo non si fa più cenno dopo un lungo quanto superficiale dibattito all’inizio della legislatura. Si celebrano gli ottant’anni della Costituente. Alla domanda se la nostra Carta possa aver bisogno di qualche revisione di sistema, la risposta è forse, ma ad una condizione: che ci sia la stessa coerenza sistemica che ebbero i nostri padri nel concepirla. Perché ciò che non si può vedere è la manomissione in stile Arlecchino. Colorata, certo, ma letale.