il commento

Un voto sul governo all’ombra della mini-riforma che non cambia la giustizia

Bepi Martellotta

Un no o un sì. Nulla di più semplice, se fosse sulla mini-riforma della Giustizia e non, come appare sempre più evidente, sul governo degli italiani

Un no o un sì. Nulla di più semplice, se fosse sulla mini-riforma della Giustizia e non, come appare sempre più evidente, sul governo degli italiani. Perché, parliamoci chiaro, questo referendum del 22-23 marzo è solo un voto sul governo, il funzionamento della Giustizia (ovvero delle cancellerie di precari part-time che mettono i timbri, dei magistrati che dopo 10 anni di indagine litigano su Garlasco, dei tribunali che cadono a pezzi e dei detenuti che convivono in 5 metri quadri ciascuno con guardie carcerarie che vogliono suicidarsi come loro), ebbene tutto questo non c’entra nulla col referendum.

La vittoria del sì o quella del no è diventata la «sottile linea rossa» del consenso o del voto anticipato sul governo Meloni. Non cambierà nulla invece, il 25 marzo a spoglio ultimato, negli effetti della Giustizia sulla vita delle persone e, probabilmente, non cambierà nemmeno il Governo, visto che la premier - abilmente - si è guardata bene dall’infilarsi nel «o con me o me ne vado» in cui si infilò Renzi col referendum sulle trivelle.

Innanzitutto il quesito. Viene facile rispondere «ni». Ben 7 articoli della Costituzione investiti da modifiche e, ad oggi - cioè a solo un mese dal voto referendario - nessuno ha capito perché, cosa, come. Non lo ha fatto capire il governo proponente il referendum (che sembra utile solo a sondare il «consenso del popolo»); non lo ha fatto il suo ministro, Nordio, primo promoter dei sostenitori del «no» con le sue uscite pubbliche stizzose e bellicose, tanto da insospettire anche chi non si schiera; non lo hanno fatto i magistrati, che di fronte alla massa hanno perso in questi anni un bel pezzo di credibilità; non lo hanno fatto i sostenitori del «no», che si propongono come paladini della difesa della Costituzione ma non hanno speso un rigo per spiegare quali effetti reali comporterebbe la separazione delle carriere tra giudici e pm, il sorteggio per i due Csm, la nomina di un’Alta corte disciplinare, insomma tutte le previsioni di una legge che riforma la «macchina» di autogoverno della Giustizia ma non tocca minimamente il funzionamento della Giustizia. È come cambiare ad un’auto la marmitta ma non metterci la benzina per farla camminare.

Stiamo al tema: l’autonomia della magistratura. Il Capo dello Stato ci ha impiegato 70 secondi a spiegarla nel Csm, dove è dovuto correre dopo 11 anni visto il clima conflittuale sul tema. Difficile, però, calarla sulla realtà, che è sempre molto più incasinata delle regole. Basti pensare alla sanità. «Secondo scienza e coscienza» governa l’operato dei medici. Poi, nella realtà, se entri in un ospedale e ci esci vivo hai trovato il medico bravo, altrimenti sei incappato nella «malasanità» dove, oltre ai medici, non hanno lavorato bene gli infermieri o non hanno funzionato le macchine diagnostiche. Vale anche per i tribunali: c’è il giudice bravo o il pm scrupoloso e ci sono i cattivi giudici e i magistrati fancazzisti. E poi c’è la macchina dei tribunali, la lungaggine dei processi, gli atti cartacei infiniti, perfino l’incertezza della pena sugli stessi reati. Come uno spiacevole tour nei Pronto soccorso d’Italia. Questa riforma aggiusterà le storture della Giustizia, come ce ne sono nella Sanità? Certamente no. Lo hanno ammesso perfino i proponenti. E allora stiamo ai fatti: è un test elettorale. Se finisce con la prevalenza dei sì alla riforma, il voto alle politiche del prossimo anno sarà come una passeggiata in Ferrari sull’autostrada vuota per Meloni. Se finisce male, con la prevalenza dei no, sarà dura tirare un altro anno al governo, con una parte dei magistrati che canterà vittoria (quelli «comunisti», per dirla alla Berlusconi-Meloni) e il claudicante campo largo che resusciterà inducendo perfino la resistente premier a chiedere il voto anticipato.

Si dirà: con la riforma, però, finisce finalmente il correntismo politico dentro la magistratura. Ma davvero si può credere che un qualsiasi cittadino - lo sono anche i magistrati - non debba avere il suo orientamento politico? E si può pensare che ciascuno non ci metta la sua «politica» nelle scelte che ogni giorno fa nel proprio lavoro, pur tutelando professionalità o terzietà di giudizio? I Palamara di turno che passano i pizzini al momento del voto nel Csm, mentre la giostra del Parlamento discute e litiga pure sui (pochissimi) «passaggi di carriera» tra giudici e accusatori, finiranno davvero grazie a un sorteggio? E finirà l’incubo delle persone, che vogliono giustizia per sé o per le proprie ragioni e non le vedono prima di 8-10 anni, quando il tempo ha già cancellato il dolore, l’offesa, il risarcimento morale delle vittime (familiari compresi) o l'espiazione dei carnefici? Mah.

C’è un film di Nanni Loy, Detenuto in attesa di giudizio, che è rimasto nella storia del cinema italiano. Correva l’anno 1971 e sembra il 2026: Alberto Sordi, benestante professionista che vive in Svezia, torna in Italia con la famiglia per le vacanze e finisce in prigione senza neanche sapere perché. Ci resta a lungo, tra angherie, umiliazioni e lentocrazia, perché la Giustizia ci mette tanto tempo a chiarire e non è sempre detto che ci riesca. Alla fine viene pure rilasciato ma non sarà mai più lo stesso. E appena vedrà gente in divisa alla frontiera, che deve varcare per tornare in Svezia, fuggirà.

Ecco, ai «fascisti» e «antifascisti» che in questi giorni se le suonano di santa ragione tra sì e no al referendum, buttandola in politica (o in caciara) verrebbe da chiedere: l’indimenticabile Alberto Sordi di Nanni Loy continuerà a salutarci dietro le sbarre con o senza questa dirimente, fondamentale, ineludibile riforma?

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