il caso

Il dibattito politico impoverito da narcisismo e scorrettezza verbale

Rosario A. Polizzi e Camilla Sodano

Il referendum, un potenziale strumento di rinnovamento democratico, è diventato un palcoscenico per le polemiche sterili e le battute al vetriolo, contribuendo a far scomparire i reali contenuti del dibattito

Non c'è nulla di più folle della coerenza astratta dei concetti».( E. Morin).

Quando questa si associa alla perdita di contatto con il mondo, si arriva a una schizofrenia culturale. È questa che oggi, domina il mondo, ma vede solo l’utile per manipolarlo a proprio piacimento, con il pensiero calcolante in una visione che è opportuno definire anedonica e alienata, di un mondo meccanico, devitalizzato e privo di senso e di valori. Anche la prima metà del XX secolo è stata psicosi elevata a sistema di governo: il delirio mistico-schizofrenico di Hitler, il delirio di persecuzione di Stalin, l’ipercompensazione disfunzionale della mediocrità italica del fascismo e il delirio paranoideo del McCartismo. Il problema più profondo non è la politica, ma la coscienza ordinaria... e da lì dobbiamo partire. Vale la pena, proprio per uscire dal pollaio delle «grandi menti!», affrontare il tema proposto, esplorando le questioni di coscienza politica e partecipazione democratica nel contesto contemporaneo. Viviamo in un’epoca in cui il dibattito politico sembra sempre più ridotto a slogan e tifoserie, dove le «curve sud e nord» materializzano i contenuti e i concetti. Questa situazione non è solo il risultato di una politica in crisi, ma riflette un problema più profondo: la coscienza ordinaria.

L’assenza di una riflessione profonda sui temi cruciali ci ha portati a un impoverimento del dibattito democratico, dimostrato anche dalla recente discussione su un referendum che avrebbe dovuto stimolare un’interazione significativa ed è finita nel «se parlo io, non c’è più storia!». La coscienza ordinaria è quella parte della società che, purtroppo, tende a rifugiarsi in un narcisismo collettivo piuttosto che impegnarsi in un dialogo costruttivo. L'argomento portato alla luce dal referendum rappresenta, in un certo senso, un'ancora di salvezza per un sentimento democratico che stava perdendo slancio. Tuttavia, la superficialità con cui si è ridotto, grazie all’azione di «un grande cervello», ha fatto emergere un'alternativa: la riattivazione di un tritacarne mediatico che ha messo a tacere le idee, lasciando spazio a una narrazione vuota. In questo scenario, è emersa, suo malgrado, la figura del comico Andrea Pucci, che ha portato a una riduzione dell'argomento a un intrattenimento superficiale.

Il referendum, un potenziale strumento di rinnovamento democratico, è diventato un palcoscenico per le polemiche sterili e le battute al vetriolo, contribuendo a far scomparire i reali contenuti del dibattito. Questo fenomeno evidenzia come il politico sia spesso sopraffatto da un intrattenimento che svia l'attenzione dai temi cruciali che necessiterebbero una profonda riflessione. ùIl risultato incerto del referendum ha attivato un'onda di movimenti tellurici all'interno dell'opinione pubblica, suggerendo che vi è un desiderio latente di discussione su questioni di rilevanza. Ma il rischio di vedere questi sentimenti vanificati è elevato. La società si divide in fazioni, in cui ognuna difende la propria «verità», senza spazio per un dialogo aperto e consapevole. Ciò che emerge, quindi, è una strana alleanza tra interessi individuali e presunti portatori di verità: i cittadini semplici, preoccupati per il futuro, e i cittadini magistrati, che utilizzano potenti risorse tecniche a favore dei propri obiettivi. Chi prevale in questa battaglia? È un interrogativo scomodo che rimane irrisolto, aggravato dalla più ampia questione di chi, alla fine, pagherà in soldi e anni di vita persi per le conseguenze di queste decisioni. A prima vista, i costi sembrano gravare su chi è costretto a dimostrare le proprie tesi, mentre i magistrati sfruttano mezzi tecnici a loro favore. Il dibattito pubblico necessita di una rivitalizzazione che vada oltre la superficie. Dobbiamo riconoscere che il problema più profondo non è necessariamente la politica in sé, ma il modo in cui partecipiamo a essa. Riscoprire la coscienza ordinaria significa promuovere un dialogo che si basi su contenuti e valori condivisi, piuttosto che su tifoserie o polemiche sterili. Serve un nuovo umanesimo con una cornice di AI che restituisca all’uomo la sua profondità, la sua fragilità, la sua libertà. La tecnologia digitale sia il supporto di un pensiero che non riduca, ma ampli; non calcoli, ma comprenda; non manipoli, ma ascolti.

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