le voci degli imprenditori

Sulla ceramica pugliese insiste l’ombra del 2020: «Se i costi esplodono sarà una strage»

leonardo petrocelli

Colì e D’Aniello: «Il comparto per ora regge, ma tanti non sopravviverebbero ad altri choc»

L’allarme non è immediato. La ceramica pugliese, una delle eccellenze dell’artigianato regionale, sta riuscendo a reggere i contraccolpi del conflitto nel Golfo Persico. Eppure, sono molte le analisi che individuano il settore come uno dei più vulnerabili, insieme all’agricoltura, ai trasporti e alle costruzioni. Le ragioni sono sostanzialmente due: i rincari energetici da un lato, con il problema dell’alimentazione dei forni a gas, e dall’altro alcuni rialzi delle materie prime con particolare riferimento ad alcune componenti degli smalti.

Al momento, però, i danni sono contenuti come raccontano gli imprenditori Antonio Coli, amministratore unico di Fratelli Colì srl di Cutrofiano (Lecce), e Nicola D’Aniello di D’Aniello Tradizioni Ceramiche di Terlizzi (Bari), rispettivamente membro del direttivo e presidente regionale dei Ceramisti di Confartigianato Imprese Puglia. Da zone diverse della Puglia l’esito del ragionamento è sempre lo stesso e inizia da un periodo cerchiato di rosso, la seconda metà del 2020, cioè l’immediato post Covid che vide - oltre a tutti i danni causati dal lockdown - un’impennata dei prezzi del metano che vide moltiplicare il proprio costo di ben dodici volte. Una «botta» insostenibile.

«In quel periodo - spiega Colì - i costi energetici salirono, per un mese, da 10mila euro a 120mila in riferimento al solo metano. A quel punto un’azienda chiude o fallisce. Al momento quel rischio non c’è, i rincari non raggiungono quei livelli ma temiamo possa succedere qualcosa di simile in futuro». Naturale, dunque, che le aziende siano corse ai ripari. Nel caso della Fratelli Colì alternando metano e propano, quest’ultimo in arrivo dall’Africa e quindi meno soggetto a pericolose oscillazioni. D’Aniello racconta, invece, di aver puntato tutto sulle rinnovabili proprio per prevenire eventuali tsunami. Forni elettrici e fotovoltaico: «Sono un po’ più tranquillo perché produco e consumo energia. Anche se i costi ci sono perché se i forni non vanno solo grazie ai pannelli l’elettricità raggiunge comunque i 6mila euro al mese. Con preoccupazione- prosegue - mi metto nei panni di artigiani che hanno 50 o 60 anni e dunque non hanno progettato investimenti con ricadute ventennali». Se si dovesse ripresentare la situazione del 2020, D’Aniello azzarda una previsione: «Il 70% dei ceramisti rischierebbe di chiudere. Una strage».

Il vero problema è che i margini di manovra sono pochi. Ci si muove su due soli terreni: materie prime, spesso monopolizzate da grandi multinazionali, ed energia. Difficile dunque risparmiare, abbattere i costi, ripensare il prodotto. «Tanti passi avanti si sono comunque fatti - spiega Colì - ad esempio incrementando i dazi con la Cina e portandoli fino al 79%: in questo modo i prezzi sono quasi identici e dunque l’acquirente ci pensa due volte a investire su un prodotto cinese se quello italiano ha sostanzialmente lo stesso prezzo. Ciò detto - ammonisce - il Made in Italy è un valore aggiunto ma non sufficiente. Bisogna sempre lavorarci». Lavorarci con ciò che si è «obbligati» a usare e alcune componenti degli smalti arrivano proprio dall’area del Golfo. «E tuttavia - osserva D’Aniello - i grandi colossi multinazionali, come Vibrantz e Colorobbia, non hanno interesse ad affossare le imprese con cui lavorano. I materiali in vendita sono ancora quelli stoccati e non c’è stata speculazione. E credo si andrà avanti così anche grazie al lavoro dei consulenti di zona che svolgono una preziosa mediazione di prossimità».

C’è solo da augurarsi, dunque, che il metano non impenni ancora. Solitamente, a livello artigianale, i margini di guadagno non sono altissimi. E un rialzo può portare i conti in pari, azzerandoli e aprendo la strada al pozzo nero dei debiti. È giù successo e non deve succedere ancora. Per ora, la ceramica pugliese resiste.

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