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Eolico offshore, l'appello di Aero: «Il 2026 sia l’anno della svolta per la Puglia»

Eolico offshore, l'appello di Aero: «Il 2026 sia l’anno della svolta per la Puglia»

 
leonardo petrocelli

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leonardo petrocelli

Eolico offshore, l'appello di Aero: «Il 2026 sia l’anno della svolta per la Puglia»

Il punto della situazione con Fulvio Mamone Capria, ecologista e presidente dell’Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore, che riunisce ormai 63 soggetti fra pubblico e privato

Sabato 03 Gennaio 2026, 11:54

«Alla fine, cos’è l’eolico offshore? Un giusto equilibro tra diverse necessità: produrre energia pulita, interrompere la costosa dipendenza dalle fonti fossili, tutelare l’ambiente, far diventare l’Italia un Paese leader nel Mediterraneo». È un fiume in piena Fulvio Mamone Capria, ecologista, esperto di temi ambientali e presidente di Aero, l’Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore che riunisce ormai 63 soggetti, fra pubblico e privato.

Presidente, qual è la situazione dell’eolico offshore italiano?

«Oggi viviamo una fase di rallentamento perché il Governo non ha ancora deciso l’avvio delle aste incentivanti, previste dal decreto Fer2 del 2024, che ci consentirebbero di sviluppare la nostra filiera in Puglia, Sicilia e nell’alto Adriatico. Ci si riferisce sia all’eolico offshore galleggiante, quindi innovativo, che a quello a fondazione fissa».

In termini numerici di cosa parliamo?

«Il decreto potrebbe incentivare 3,8 GigaWatt (GW). Abbiamo già quattro progetti idonei approvati dalla Valutazione di Impatto Ambientale per un totale di 2,3 GW e un quinto, a largo della Sardegna, di 500 MegaWatt (MW). Quindi, in un paio di mesi, avremmo 2,8 GW su un totale di 3,8 messi a disposizione».

Sardegna a parte, dove sorgerebbero gli altri impianti?

«Il primo a largo di Trapani, il secondo a largo di Rimini, il terzo a largo di Ravenna e, infine, il quarto tra Bari e Barletta. Quest’ultimo pesa 1,1 GW, più di tutti gli altri che sono compresi tra i 250 e i 700 MW».

E tra i progetti in fase di approvazione?

«C’è la provincia di Lecce con diversi progetti in fase autorizzativa. E poi c’è un progetto di circa 530 MW a largo di Brindisi autorizzato dal Ministero dell’Ambiente, in virtù del suo impatto minimo, ma non da quello della Cultura poiché gli aerogeneratori, molto grandi, sarebbero visibili dalla costa. Si chiede di spostarlo da 10 miglia a largo a 12. Il problema della vicinanza dalla costa sta bloccano anche un altro progetto a largo di Manfredonia».

Dunque, Bari-Barletta. Poi Lecce, Brindisi, Manfredonia. Tra avvio delle aste e pareri favorevoli il 2026 potrebbe essere l’anno della svolta?

«Dovrà esserlo, necessariamente. Gli altri Paesi si stanno muovendo. Penso alla Grecia, alla Francia, al Portogallo. Perché mai perdere terreno prezioso? Perché non diventare noi gli interlocutori privilegiati, ad esempio, dei Paesi balcanici e di quelli africani?».

Entriamo nel tecnico. Che succede durante l’asta?

«Si parte da 185 euro al megawattora (MWh) (la tariffa di riferimento per gli incentivi destinati agli impianti, ndr). È la base d’asta, poi naturalmente si va al ribasso. Ogni impresa collocherà la propria offerta»

Andiamo avanti.

«Chi vince avrà 5 anni di tempo per costruire l’impianto. Partendo, come auspichiamo, nel 2026 si va a cadere nel 2031 quando l’energia arriverebbe nelle sottostazioni di Terna per essere smistata».

Ma i cittadini pagano il costo di questi giganteschi cambiamenti?

«Guardi, si riferisce a quell’11% di oneri di sistema che entrano nelle bollette degli italiani e di cui le rinnovabili beneficiano, almeno in una piccola parte. L’Arera, l’Autorità di regolazione, ci dice che dal 2031 in avanti, per quei 3,8 GW, l’incidenza sarà di 12-13 euro l’anno, un euro al mese».

Ecco, a fronte di quest’euro cosa arriva in cambio?

«Portiamo uno sviluppo socioeconomico notevolissimo, soprattutto al Sud. A quell’euro ne corrispondono 3 in termini di occupazione, investimenti, attività industriale, logistica. E senza dimenticare l’opportunità di formare 11.400 persone solo nella fase quinquennale di realizzazione degli impianti. La gente pagherebbe un euro per lo sviluppo della propria terra e il lavoro dei proprio figli? E, si badi, la quota di 3,8 GW messa a disposizione dal decreto è un 20% di quello che potremmo costruire. Ma, poi, sa qual è la cosa più importante?».

Quale?

«Certamente la filiera. Con appositi corsi di formazione si potrebbero convertire parte dei lavoratori delle aree siderurgiche più esposte, come Taranto, o dell’automotive meridionale. E poi i porti sono centrali. Due su tutti: proprio Taranto, con l’appoggio di Brindisi, e Augusta in Sicilia. Nel 2026 godranno di 79 milioni di euro di finanziamento per il rafforzamento delle banchine dovendo gestire dei pesi straordinari legati a galleggianti e aerogeneratori»

D’accordo, ma allora perché il governo frena?

«Per due ragioni. La prima è legata a quei costi in bolletta che però, come detto, sarebbero più che ripagati. La seconda, invece, si lega all’idea che non sia corretto applicare a tutti gli impianti, fissi e galleggianti, la stessa tariffa di 185 euro al megawattora. Ma davvero si può dire ad aziende che finora hanno speso enormi capitali per analizzare i fondali, per chiedere concessioni, per oneri di sistema, che ci hanno ripensato? Che la tariffa non è più quella? Sono possibili già dei piccoli miglioramenti alla tariffa con il decreto attuale, senza tornare a Bruxelles. Piuttosto, il governo si deve sbrigare. Per questo ho scritto al ministro Pichetto Fratin. Non c’è più tempo da perdere. Tutti guardano all’Italia come uno sbocco naturale, davvero vogliamo bloccare lo sviluppo della nostra filiera e dirottare altrove gli investimenti esteri?».

Veniamo all’ultimo capitolo, quello ambientale. L’eolico offshore è davvero sostenibile?

«Gli impianti sono a 10-12 miglia dalla costa, impercettibili. Non li vede nessuno. Quanto agli animali, per capirci, ci sono tecnologie radar e satellitari che ci dicono quali uccelli stanno passando e se ci sono dei rischi. Le pale possono fermarsi e persino rallentare».

Ma i pescatori, ad esempio, non sono propriamente vostri sostenitori.

«Eppure, faccio notare che gli impianti vengono posizionati in zone dove i pescatori non raccolgono più nulla. C’è un deserto di biodiversità che però potrebbe ripopolarsi a beneficio dell’intera zona. Inoltre, i pescatori potrebbero darci una mano trasportando gli operai, con il monitoraggio Chiudo ricordando che le compensazioni, per chiunque riceva un danno dall’impianto, sono sempre generose. Bisogna solo convincersi che il futuro passa da qui e l’Italia può giocare una grande partita».

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