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Il consorzio

Le industrie post sisma Cibar
un sogno finito in cella

Condannati due ex presidenti: Pellegrino (8 anni) e De Luca (5 anni e 6mesi) per le bancarotte di Consorzio (fraudolenta) e Space Sud (documentale)

Le industrie post sisma Cibarun sogno finito in cella

Giovanni Rivelli

Tredici anni e mezzo di carcere. Finisce in questo modo l’epopea del Consorzio Cibar, quell’iniziativa che doveva risollevare le sorti industriali della Basilicata, ridare speranze ai lavoratori lucani del Gruppo Marzotto dopo che l’azienda aveva deciso di andar via, consegnare a un futuro fulgido una delle aree industriali del dopo terremoto ‘80, precisamente quella di Baragiano. Le somme di tutte queste aspettative vecchie più di 30 anni le ha tirate ieri il presidente del Collegio Penale del Tribunale di Potenza, Rosario Baglioni, leggendo le sentenze per due illeciti fallimentari in un’aula semi deserta, plastica rappresentazione di coso resti oggi della centralità di quel progetto. Due sentenze, una per la bancarotta fraudolenta dello stesso consorzio, l’altra per la bancarotta documentale di una delle aziende che lo componevano, la Space Sud.

Nomi che, oggi, non vogliono dir molto se non ai tanti lavoratori delusi, condannati a una vita in attesa, tra una cassa integrazione concessa e una negata perché il programma annaspava. Ebbene, ieri il Tribunale di Potenza ha condannato a 8 anni di reclusione il torinese Luigi Pellegrino, 76 anni (difeso dall’avvocato Marcello Sanza), presidente del consorzio Cibar dal 1992 al febbraio 2006, incarico poi ceduto, per i circa 4 mesi prima del fallimento, ad Antonio De Luca, 62 anni da Oppido Lucano (difeso dall’avv. Franco Trivigno), che in precedenza aveva diretto il consorzio stesso, e ieri è stato condannato a 5 anni e 6 mesi di reclusione. I due sono anche stati condannati al risarcimento dei danni alla curatela fallimentare Cibar rappresentata dall’avvocato Maria Chiara Ferrara.

Le condanne, come anticipato, fanno riferimento però a due episodi: il fallimento del Consorzio Cibar è costato a Pellegrino una condanna a 5 anni e a De Luca una a 3 anni e sei mesi, poi c’è la vicenda di una delle aziende consorziate la «Space sud», in cui i due avrebbero avuto ruoli di vertice, per la quale Pellegrino è stato condannato a 3 anni e De Luca a 2. Per questa vicenda il collegio (composto anche dai giudici Rosaria De Lucia e Marina Rizzo) ha invece assolto una terza persona, Aldino Groppetti, un 66enne residente in un campo nomadi piemontese, che risultava essere stato amministratore della Space Sud per un solo giorno, il 6 maggio del 2005, praticamente un anno prima del fallimento.

Due fallimenti, entrambi, stante la sentenza di primo grado, con responsabilità penali, ma contestazioni differenti. Perché se nel fallimento Cibar sarebbe poco chiara la fine di 3 milioni e 269mila euro e rotti, in quello «Space Sud» non sarebbero state proprio trovare le scritture contabili. E ieri il Pm Vincenzo Lanni nel fare la sua requisitoria (aveva chiesto 14 anni per Pellegrino, ossia 7 per ciascuno dei fallimenti, 9 per De Luca, ossia 6 per Cibar e 3 per Space, e altri 3 per Groppetti) ha descritto un groviglio di rapporti tra le due società con la partecipazione di una terza, tutte realtà in cui avevano ruoli De Luca e Pellegrino e che si giravano incarichi, commissioni e pagamenti, definendoli «un cestello della lavatrice delle spese del consorzio che escono, entrano, escono entrano».

Non ricostruibili quelli della Space Sud, dettagliati, invece, quelli contestati nel fallimento Cibar: 48.547 sarebbero andato senza motivo alla stessa Space Sud, 36,394 sarebbero stati registrati come valori bollati ma con pagamenti ritenuti ingiustificati, 116.710 erogati a fronte di note spese a De Luca, 228.019 pagati per «ingiustificate e generiche» spese di viaggio», 159.246 per pagamenti, ritenuti altrettanto ingiustificati, quali «spese amministrative di terzi», e ancora 11.982 euro di spese telefoniche per un consorzio che doveva risollevare le sorti della Basilicata ma che, ha sottolineato ieri il Pm Lanni, non disponeva nemmeno di una linea telefonica fissa. E ancora beni destinati alle attività dei quali si sarebbe persa ogni traccia.

Quali di queste contestazioni e in che modo abbiano portato a rigettare la richiesta di assoluzione avanzata dalle difese con l’avv. Sanza che ha sostenuto come non emergesse una responsabilità penale per Pellegrino e l’avv. Trivigno che ha ribadito come De Luca non avesse poteri reali e fosse in buona fede al punto da assumere la presidenza del consorzio 4 mesi prima del fallimento.

Un giudizio che potrà, ovviamente, essere anche appellato ma che dà ulteriormente corpo alle ombre di uno dei capitoli del dopo terremoto che forse in pochi oggi ricordano ma che sarebbe bene tenere a monito per il futuro.

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