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Uno bianca: sette anni di terrore

BOLOGNA - Hanno chiesto perdono oggi nel giorno della cerimonia di commemorazione del 15 anniversario della strage del Pilastro con una lettera consegnata ad Anna Stefanini, la mamma di uno dei tre carabinieri barbaramente uccisi quel 4 gennaio del 1991 alla periferia di Bologna, i fratelli della banda della Uno Bianca, Roberto, Fabio e Alberto Savi. Ma la donna non ha voluto leggere quel messaggio. La ferita, ha detto, è ancora aperta e lei è incapace di perdonare.

La morte del figlio è l'episodio più tragico di una storia da incubo che vide implicati un gruppo di poliziotti e che provocò una lunga scia di sangue. Fabio Savi è la mente del gruppo che nell'arco di sette anni semina panico in tutta l'Emilia Romagna. Ventiquattro morti, 102 feriti, 103 azioni criminali sono i numeri del 'terrorè che raccontano la storia della banda criminale che entrò in azione nel 1987.
Tre uomini armati, senza scrupoli, assaltano supermercati, banche, caselli autostradali e distributori di benzina. Atti criminali che si accompagnano sempre a sparatorie e morti. Il primo 'colpò lo realizzano proprio nel 1987 a Casalecchio sul Reno in un supermercato.
Qui non rubano niente ma solo perchè un furgone blindato aveva già portato via l'incasso della giornata. Uccidono però due carabinieri di 22 anni e feriscono tre persone. Le rapine si succedono una dopo l'altra, almeno una decina.

Dal 1990 bersaglio dei banditi della 'Uno Bianca ' diventano anche gli abitanti di campi nomadi (23 dicembre 1990) e gli immigrati nordafricani (18 agosto 1991). Tra i fatti di sangue più gravi compiuti dai fratelli Savi e dai loro complici c'è quello della strage avvenuta al Pilastro, un quartiere popolare di Bologna, dove il 4 gennaio 1991 tre carabinieri in servizio di pattuglia vennero uccisi a sangue freddo.
I componenti di questa banda sono per la maggior parte poliziotti in servizio a Bologna: Roberto, Fabio ed Alberto Savi, ora condannati all'ergastolo, Pietro Gugliotta, condannato a 15 anni e Marino Occhipinti, anche lui all'ergastolo, Luca Vallicelli, condannato per fatti marginali ha patteggiato la pena.

Gli uomini della Uno Bianca sembrano invincibili, le loro azioni sono studiate nei minimi particolari e le vie di fuga sono collaudate da anni d'esperienza. Ma ad osservano le loro azioni ci sono due poliziotti riminesi. Si chiamano Luciano Baglioni e Pietro Costanza.
Nel novembre del 1994, la svolta. I due agenti imboccano la pista giusta e si mettono sulle tracce degli assassini. Ripercorrono date e orari delle rapine e degli omicidi, controllano tutte le descrizioni e gli identikit realizzati in anni di testimonianze.

Le indagini ufficiali sembrano però concentrarsi sulla malavita locale e su quella che ha legami con la Sicilia. Ma Baglioni e Costanza continuano un'indagine parallela che si basa su un sospetto: i componenti della 'Uno bianca' potrebbero essere dei poliziotti. Una supposizione che si basa sul fatto che i killer sparano troppo bene, conoscono strade e vie di fuga, riescono sempre a fuggire eludendo i posti di blocco.
E' la mattina del 3 novembre 1994. Baglioni e Costanza sono davanti a una banca di San Giustina, in provincia di Rimini. Davanti a loro, parcheggiata, c'è una Uno bianca con la targa quasi illegibile.
All'interno c'è un uomo alto. Si tratta di Fabio Savi che si trova lì per fare un sopralluogo, preambolo di un ennesimo colpo programmato dalla banda.

Baglioni e Costanza iniziano a seguirlo, lo pedinano e lo seguono fino a Torriana dove Savi abita in una palazzina al numero 29 di Piazza della Libertà. Da lì riescono a risalire ai componenti della banda. I loro telefoni vengono messi sotto controllo e cosi si scopre chi è a muovere i fili. I Savi vengono catturati insieme ai loro complici. Confessano, poi ritrattano. Al termine di quattro processi i Tribunali di Rimini, Pesaro e Bologna li condannano all'ergastolo il 6 marzo 1996.

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