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La strage di Piazza Fontana: 7 chili di tritolo uccisero 17 persone, oltre 80 i feriti

MILANO - E' stato il primo clamoroso attentato della storia dell'Italia repubblicana. Alle 16,37 del 12 dicembre del 1969 alla Banca dell'Agricoltura esplose un ordigno con 7 chili di tritolo contenuti in una borsa lasciata sotto un tavolo, uccidendo 17 persone e ferendone oltre 80.
Tante le piste battute in quasi 36 anni d'indagini e processi, da quella anarchica a quella neofascista con inchieste che hanno coinvolto anche i servizi segreti e sulle quali ha pesato a lungo la morte in questura del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli e, sullo sfondo, anche quella, tre anni dopo, del commissario di polizia Luigi Calabresi, accusato dalla sinistra extraparlamentare di essere l'assassino di Pinelli.
Le indagini, da Milano si sono allargate al Veneto e fino al Giappone dove è residente Delfo Zorzi, l'uomo ritenuto dagli ultimi magistrati che hanno indagato sulla vicenda, la 'mentè della strage. I processi, dal capoluogo lombardo vennero invece trasferiti a Roma, poi a Catanzaro, per tornare infine, nel 2000 a Milano.
Subito dopo la strage, le indagini puntano dritte verso gli ambienti anarchici milanesi: nel giro di qualche ora sono 84 le persone fermate. Tra queste Giuseppe Pinelli, uno degli esponenti di maggior spicco del Circolo Anarchico del Ponte della Ghisolfa. Il ferroviere viene interrogato a lungo dal commissario Calabresi e 3 giorni dopo l'arresto, il 15 dicembre, muore precipitando da una finestra.
Si parla subito di suicidio.
A distanza di anni, nel 1975, agenti e ufficiali incriminati, verranno tutti prosciolti dall'accusa di omicidio «perchè il fatto non sussiste». Scagionato dall'accusa di omicidio colposo anche Luigi Calabresi, che in quel momento non si trovava nella stanza. Accantonata comunque l'ipotesi del suicidio, i magistrati milanesi, tra i quali l'ex procuratore Gerardo D'Ambrosio, parleranno poi di un «malore attivo» che ha portato Pinelli a cadere.
Il 16 dicembre viene arrestato un altro anarchico, il ballerino Pietro Valpreda, accusato di essere la persona che materialmente ha portato l'ordigno nella banca. Contro di lui la testimonianza di un tassista, Cornelio Rolandi, che sostiene di averlo riconosciuto come il cliente lasciato quel giorno proprio davanti alla banca, e quella di Mario Merlino, ufficialmente militante come Valpreda del "Gruppo 22 marzo" ma più tardi individuato come fascista infiltrato dei servizi segreti.

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