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Immaginavo di trovarla qui, maestro venerabile Giorgio De Chirico. Riconosco le sue mezzelune d’orbite cascanti. Sono venuto tante volte in questo posto ma non l’avevo vista mai.
«Ci sono sempre stato. Il 1906, quando con mio fratello Andrea da Patrasso approdammo a Bari, non sapevo che ciò che avrei rappresentato nella mia pittura metafisica era qui a Triggianello, poco distante dal porto in cui trascinai le piante. Non conservo più in tasca carboncini con i quali suddividevo le tele in piazze, archi e figure enigmatiche. Non leggo più Nietzsche o Apollinaire. Sono e basta».

Prima l’ho vista avanzare come un gigante floscio e sedersi su questa panchina della nuova piazza, convertita al biancore dal grigiastro. Quattro anni fa affissero il manifesto di una mostra di suoi quadri nella vicina Conversano, che amministra l’area più estesa e originaria della frazione straniante. Quasi gli dei avessero letto ciò che covavo dal giorno in cui discesi in questa metafisica spaziale.

«Sono addolorato. Avrei voluto la piazza vecchia per sempre, senza nome, perché non aveva nome fino a nove mesi fa, sospesa su colonne invisibili come la terra delle cosmografie elleniche, o a dorso di un nume veggente senza sguardo. Senza tempo, senza spazio. Senza suono né uno spirito vagante. Con le ombre rombiche e i triangoli riflessi di coscienza. Con le arcate immaginarie elevate sui rettilinei deserti. Con le vene degli alberi che dissestavano la pavimentazione del giardinetto, con le case coloniche immobili, con le congreghe di gatti laceri che s’aggiravano perché avevano perduto l’anima e per ringhiottirla ne andavano cercando. C’era un cane sbilenco e privo d’espressione che veniva dal niente e al niente ritornava. Mi guardava e io comprendevo, visto che le bestie sono esseri umani».

Io sono un testimone del tempo, maestro. Io come qualsivoglia oggetto o vivente del Creato. E quando finii in questo fazzoletto rurale che ha un barbiere, un ufficio postale, un parrucchiere, una farmacia, e che puoi attraversare da parte a parte con una fucilata senza centrare un abitante, nel quale puoi sederti su una sedia, parlare da solo, lustrare una bici lungo le vie atarassiche, compresi il senso dei quadri che le assicurarono la fama.

«Non è esattamente quello che vedi e non è esattamente quello che pensi».

Lei è riuscito a fermare il tempo. E fermando il tempo ci ha mostrato la verità.

«Non c’è filosofia d’Oriente in questo. Non ci sono qui e ora, buddhità, contemplazione agreste, wertherismo goethiano. Ma a Triggianello trova senso la visione che ho rappresentato».

Arcaismo e stasi. Assenza quasi totale di segnali stradali e di direzioni di marcia, un’architettura inconscia iperuranica lungo linee perpendicolari. Commistione tra campagna e realtà urbana, mancanza di un riferimento amministrativo centrale alla quale rimedia il Comitato. Silenzio profetico, l’assopirsi delle antenne che oggi ci interconnettono con gli altri. Terra, metallo, tutto converge verso il perturbante. Visioni di muse inquietanti che entro una teoria barocca d’affetti evocano l’ignoto sul quale camminiamo.

«Lastre schiattanti d’anticorodal che blinda i portoni d’oro impoverito, a seguire usci sfitti antichi. Colombi che spuntano da rustici senza ventre abbandonati, un meccanico, un ingresso a vetri contro il quale una colomba picchia cercando pace. Rebus di cancelli enormi condensati nella ruggine che si stagliano sul vuoto di campagne. Un girello sul marciapiede offerto in uso al caso. Erba, asfalto, bombole del gas, un corridoio chiuso da una graticola sulla quale una mano inghiottita ha appeso fiori di plastica, e che sfocia sulla strada parallela di abitazioni basse».

Fiat 500 bianche a cui mani di zappa hanno asportato il rene del sedile passeggero per trasportare attrezzi e sacchi di mandorle. Una A112 azzurra, un motociclo piagato, la chiesa Addolorata con don Mario e la statua vivente di una vecchia curvata sull’uscio alla maniera degli ulivi. È la prova di una vita possibile nell’impossibilità complessa.

«Gli uomini non mi interessano, vivo di dimensioni, ma ho visto passare a distanza il sorriso spiattellato sul volto di Matteo, titolare della braceria di questo regno carnivoro. Il ciclo del sangue si aprì con Giovanni, dove oggi è Fuego. Il macellaio, nell’attuale bar attiguo, vendeva anche vino artigianale in botti, più spesso lo donava. All’ingresso del villaggio, sul confine polignanese, aprirono anche un caseificio, nell’83 per soli tre mesi, dov’è la falegnameria di Angelo, che dell’esperienza con il fratello ha conservato alle pareti mattonelle lattee. Panetteria Nonna Angelina, Tessitura di Triggianello materassi dal 1972. La Birreria Birranova che porta all’estero il marchio, Solaris Tattoo di Beatriz Cabello de Alba. Parco la caccia. Il barbiere Vivi Uomo dal quale, volendo, puoi uscire calcando direttamente le zolle sulla destra. Vito con il padre Giovanni “Ciccio” svirgola duri scalpi di maschi».

Mi ha tagliato svariate volte i capelli, la gola mai.

«C’era un bar, Black and White, che oggi è White nella sua bianchezza, retto da Paolo e Maria per cinquant’anni, passato alla nipote Carmen. Era rosso e nero, pannelli oro e argento Settanta».

Aveva un bagno alla turca, unico sopravvissuto, non lo dimenticherò per la vita. Fotografai perfino gli avvertimenti che affiggevano a tutela dell’igiene del locale.

«Viviamo tutti di memoria, la mia non ha fine».

Ricordo cavalieri su animali urlanti, con le camicie snudate su precipizi inguinali. Arrivavano da Conversano in sella a Kawasaki Mach IV, Suzuki GT 750, Laverda SF, Ducati Scrambler arancio. Centauri lungochiomati come eroi greci, con occhi piangenti per l’impatto del vento, pronti a battersi per difendere il buon nome di madri bestemmiate.

«A Triggianello, dove il levante echeggia la metafisica vocale dei madrigalisti rinascimentali, conduco vita serena. Convivo con fobie, visioni, la melancolia solitaria che sono eredità familiari. Non mangio, non bevo, ma ascolto e ho appreso come questo microcosmo è nato. Il cavalier Saverio De Bellis di Castellana Grotte acquistò la tenuta Pozzo Triggiano, posta sui domini secenteschi del Conte di Conversano. Padre dell’industria pugliese, inaugurò qui nel 1880 il primo stabilimento per la produzione e l’esportazione di vini, spinta fino alle Americhe. All’ombra della sua dimora, dove enormi cisterne attorno al pozzo artesiano oggi ansimano sotto i calcagni dei clienti della braceria Da Matteo, fece costruire case coloniche a elle, da via Roma e corso Vittorio Emanuele lungo via dei Longobardi, temperate inverno e estate. Finché l’incendio del palazzo comunale, seguente alle lotte per le elezioni uninominali, ruppe il patto fra l’amministrazione di Conversano e De Bellis».

Sono stato varie volte in casa di questo grand’uomo in età adolescenziale. Ero amico di Paolo, biondo, occhi cristallo, inquieto derivato casertano della stirpe. Dalla terrazza rossa ascoltavamo parlare le fronde quando perdevano i segreti.

«Villanova De Bellis, questa frazione che il Fascio ribattezzò Triggianello, non ottenne pertanto lo scalo ferroviario che l’avrebbe resa una potenza. L’azienda venne trasferita a Castellana Grotte. I vernacoli delle due città si fusero nel dialetto autoctono, il triggianellese. Finché nel ’45 gli alleati inglesi piantarono tende e cinema nella splendida villa neoclassica Belvedere, altura a sud-est».

Conosco anche quella, la abitarono amici per lungo tempo. L’ha acquisita un valente imprenditore in camicia, anche lui castellanese, Domenico Mazzarelli, esaltandola in creative resort.

«L’area più vasta della frazione ricade sotto il Comune di Conversano, ed è quella storica e a maggiore densità abitativa. Ma al di là di via dei Longobardi insiste un rettangolo di case sparse di Polignano, dietro le quali premono ville di Monopoli finite in certi casi sotto amministrazione non patria. A cuneo scende a valle ciò che resta del territorio dipendente dal Municipio castellanese fino a qualche decennio fa».

Ho piantine discordi, censimenti sui 1500 variabili abitanti, maggioranza di 606 conversanesi, edifici, livelli occupazionali. Un labirinto di Minosse in cui gli spiriti si sperdono.

«Basta stringere il filo. E io so che questo è il posto giusto in cui morire».

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