Economia

Tra dazi e investimenti: ecco come Donald Trump può far male all’Italia

leonardo petrocelli

Chi si illude che l’accordo Usa-Ue abbia «blindato» le tariffe commerciali si sbaglia di grosso. Il 15% è fissato come massimale ma è una quota non riservata a tutti i prodotti e che può essere facilmente aggirata

Si erano tanto amati. La fine della luna di miele tra Giorgia Meloni e Donald Trump apre scenari nuovi e piuttosto incerti. Con una domanda sullo sfondo: come si svilupperanno, da ora in poi, i rapporti tra Roma e Washington? «L’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per l’Italia», ha tuonato il tycoon. Una minaccia che vuol dire tutto e non vuol dire niente come nello stile del commander-in-chief. E tuttavia se volesse dar seguito alla propria ira, Trump potrebbe fare male, e molto, all’Italia. E non solo sul piano delle difesa e del sostegno politico. Ma innanzitutto su quello economico: dazi e investimenti sarebbero le due leve principali per colpire un Paese che non riesce più a esportare con continuità verso l’area euro ma si impone invece sul mercato americano con una crescita, su base annua, dell’8% a febbraio (dati Istat) trainata da alcuni settori chiave come macchinari, arredo e farmaci. Ecco cosa potrebbe accadere in dettaglio.

I dazi - Chi si illude che l’accordo Usa-Ue abbia «blindato» le tariffe commerciali si sbaglia di grosso. Il 15% è fissato come massimale ma è una quota non riservata a tutti i prodotti e che può essere facilmente aggirata. I buoni rapporti tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca hanno portato, nei mesi delle trattative, molti benefici all’export italiano. Non attraverso accordi bilaterali, inattuabili per regolamento, ma garantendo da parte americana esenzioni e abbassamenti delle aliquote a vantaggio dei prodotti del Belpaese più acquistati negli Usa. La pasta, innanzitutto, che gode di tariffe tra il 2,26% e il 14%. Stessa storia per i farmaci con un dazio zero su prodotti generici e biosimilari e per malattie rare e un 15% su quelli brevettati, tutelando così una fetta enorme della produzione italiana. Senza dimenticare i benefici (esenzione dai dazi per tre anni) per le aziende italiane che decidano di aprire stabilimenti produttivi negli Stati Uniti. Rientrano infine nell’elenco delle agevolazioni anche alcune esenzioni specifiche per l’importazione di macchine agricole, accessori e parti di ricambio destinate al mercato americano. Sembrano premi di nicchia, schegge minoritarie di mercato e di profitto, ma se gli americani decidessero di imporre una sterzata il quadro diventerebbe piuttosto fosco. Non solo portando tutto, pasta compresa, al massimo possibile. Invocando la Section 232, infatti, Trump potrebbe imporre dazi illimitati su alcuni prodotti per ragioni di sicurezza nazionale, così come attraverso la Section 301 del Trade Act del 1974 la Casa Bianca potrebbe applicare dazi a rotazione entro la soglia del 15%, alzando e abbassando continuamente le tariffe sui singoli prodotti in modo da disintegrare i rapporti commerciali tra importatori ed esportatori (se non so quanto costerà non mi lancio nell’affare).

Gli investimenti - Se è possibile agire sulla leva dei dazi, è ancora più semplice farlo con gli investimenti. Molte, infatti, sono le collaborazioni attivate su sicurezza, energia e tecnologia dal Joint Leaders’ Statement, la dichiarazione congiunta firmata da Trump e Meloni il 17 aprile del 2025. Gli ambiti di riferimento sono tanti. Più volte, ad esempio, gli Stati Uniti hanno confermato il proprio sostegno al progetto Imec (India-Medio Oriente-Europa) un corridoio, energetico e commerciale, per collegare Nuova Delhi all’Europa passando dal Mediterraneo. Una sorta di Via della Seta alternativa, pensata per tagliare fuori Pechino. All’Italia era stato riconosciuto dagli americani il ruolo di hub fondamentale per porti e cavi sottomarini al punto che gli Stati Uniti si erano detti pronti a co-finanziare alcuni progetti del Piano Mattei in Africa proprio perché giudicati «complementari» al corridoio Imec. Una centralità geopolitica e infrastrutturale che il ritiro dell’appoggio americano, in termini politici e di capitali, potrebbe mortificare a stretto giro. Discorso simile per gli investimenti nel settore tech e spazio con la cooperazione avviata sulle missioni spaziali che puntano a Marte, sul progetto Artemis, sull’intelligenza artificiale e sul 6G. Tutti ambiti nei quali gli Stati Uniti avevano immaginato di muoversi utilizzando solo «venditori affidabili». In altre parole, non cinesi ma occidentali, a cominciare dagli italiani. E ancora è documentato l’accordo (Patto sul Gnl del settembre 2025) per aumentare l’import di Gas Naturale Liquefatto dagli Usa (per la verità molto costoso, ma oggi gli approvvigionamenti scarseggiano) e contestualmente incoraggiare il sostegno americano a infrastrutture di rigassificazione in Italia. Anche questa è una via che potrebbe complicarsi. Come le altre. Le parole pesano, ma i fogli strappati pesano ancora di più.

Privacy Policy Cookie Policy