Lunedì 02 Marzo 2026 | 14:30

La testimonianza: «La mia vita giù nei rifugi tra i missili di Gaza e Iran»

La testimonianza: «La mia vita giù nei rifugi tra i missili di Gaza e Iran»

La testimonianza: «La mia vita giù nei rifugi tra i missili di Gaza e Iran»

 
Carmela Formicola Anna Larato

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Carmela Formicola Anna Larato

La testimonianza: «La mia vita giù nei rifugi tra i missili di Gaza e Iran»

La materana Mariella Casalino vive in Israele dal 1984 e racconta l’attacco di sabato mattina

Lunedì 02 Marzo 2026, 12:18

Mariella ha una specie di strana ironia quando prova a descriverti l’incubo quotidiano delle sirene, dei missili, della paura. «Ciao, qui stiamo sotto attacco, lo avrete sentito. Missili a non finire, pare che i rifugi non tengano. Comunque noi stiamo bene, corriamo al rifugio in continuazione, ci teniamo in attività...».

Mariella Casalino è una donna di Matera che vive in Israele dal 1984. Riusciamo a dialogare via whatsapp, non senza difficoltà.

Dove si trova ora.

«Ad Ashkelon, siamo a sud di Tel Aviv»

Da Matera in Israele: com’è successo?

«Sono venuta qui a dicembre del 1984, con mio marito, israeliano. Ci conoscemmo a Roma alla Facoltà di Medicina e poi ci trasferimmo perché qui per i giovani medici era molto più facile trovare lavoro, soprattutto negli ospedali. Andammo prima a Tel Aviv e poi nel 1988 ci siamo trasferiti ad Ashkelon e siamo stati bene. Ma da vent’anni qui è l’inferno».

Colpa di Hamas?

«Siamo a circa 6 chilometri da Gaza, in linea d’aria. Da quando è arrivato Hamas ce la siamo vista davvero brutta con attacchi missilistici in continuazione. Nel periodo in cui ancora lavoravo, ora sono in pensione da tre anni, era normale lungo il tragitto doversi riparare dai missili in arrivo dalla Striscia. Cominciava a suonare la sirena e dovevi correre e non sempre c'era un muro o un palazzo dove andare a nascondersi. Gli ordini erano: fermatevi e buttatevi sotto la macchina con le mani in testa. Una cosa terribile. Addirittura prima non c'erano nemmeno le sirene, quello è stato uno sviluppo secondario. Prima camminavi e sentivi all'improvviso il sibilo che ti passava accanto poi il suono del missile che lacerava l’aria».

Prima... perché adesso siete più sicuri?

«Adesso è stato sviluppato l’iron dome (cupola di ferro, ndr) e siamo un po' più protetti ma comunque non è piacevole vivere in queste condizioni, soprattutto dopo il 7 ottobre».

Una data che ha cambiato la storia.

«Sì, ed è stato terribile».

E ora i missili dall’Iran. Ashkelor è sempre sotto attacco?

«Sì. È dal 13 giugno che l’Iran lancia missili su Israele. A giugno abbiamo passato due settimane con le sirene una dopo l’altra e con la consapevolezza che il rifugio non bastava più».

Perché?

«Noi abbiamo rifugi per difenderci dai missili, Fin quando era Hamas a lanciarli resistevano bene. Questi bunker, chiamiamoli così, sono delle piccole camere con grossi muri in cemento armato, un oblò di ferro e una porta blindata. Però con i missili iraniani, si è visto a giugno, non valgono niente. I missili iraniani sono di una tale potenza che aprono il bunker. Quindi noi ci andiamo ma sappiamo comunque di essere a rischio».

Di che tipo dio rifugio parliamo? Sono pubblici, cittadini, condominiali?

«Bisogna distinguere. Chi ha comprato casa prima del 1990 non ce l’ha, non ha un rifugio dove poter trovare riparo. Se non hai questi bunker al piano terra o al piano sotterraneo, devi scendere per strada, magari di notte, o al mattino presto, a qualsiasi ora e cercare il rifugio più vicino. Quindi sei vive in un palazzo con la camera blindata, sei fortunata: non devi uscire in pigiama».

Come sempre Mariella è in grado di sdrammatizzare. Ma parliamo dell’attacco di sabato.

«È cominciato alle 7.10 ora italiana. Siamo subito corsi giù»

Panico?

«La verità è che siamo abituati. E poi ce lo aspettavamo perché era un mese che se ne parlava che da un momento all’altro sarebbe scoppiato l’attacco. Quindi siamo corsi tutti al rifugio e per mezz’ora non sapevamo niente dopo di che sono cominciate le notizie. Fino a sera è stato un andirivieni dal rifugio. E c’è andata pure bene»

Perché invece a Tel Aviv l’attacco ha seminato morte.

«Infatti. Lì è andata molto peggio, anche perché l’Iran sta mirando alla zona centrale del Paese, tra il entro e il nord. In quella casa abbattuta a Tel Aviv una persona è morta e 22 sono rimaste ferite. Era una di quelle costruite prima del 1990, non aveva rifugio e la gente poveraccia si è riversata nelle scale, evidentemente per uscire e cercare un riparo».

Così l’attacco di sabato mattina. Poi cosa è successo?

«Stanotte (tra sabato e domenica, ndr) è stata pure agitata con diversi lanci. La cosa più brutta è dover precipitarsi giù mentre stai dormendo... Resta il problema che non si sa come andrà a finire, se il rifugio resisterà».

Qual è il momento più nero che ha vissuto in questi anni?

«Il 7 ottobre. È un incubo che non si può dimenticare. Siamo stati ore e ore nel bunker, al buio, perché avevano fatto saltare la centrale elettrica. Siamo stati giorni e giorni con i terroristi alla porta, blindati in casa, con il tavolo messo dietro alla porta, perché i terroristi erano ovunque. Dopo tre giorni sono stati catturati, alcuni sono fuggiti a Gaza attraversando i campi, tanti sono morti».

Cosa spera ora?

«Che Dio ce la mandi buona. Certo, in Italia si sta molto meglio (e sorride ancora, ndr)».

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