L'intervista

I Jethro Tull a Matera, Ian Anderson: «Avevo piani diversi, ma il destino mi ha voluto rockstar»

Enzo Fontanarosa

Prima data dell'Oversound Festival nella città lucana

Di anni ne compirà 76 il prossimo 10 agosto, ma Ian Anderson possiamo semplicemente definirlo la «costante» dei Jethro Tull. È la band da lui fondata nel 1968 e che, da allora, ha avvicendato 30 musicisti e realizzato 23 album (il prossimo dovrebbe uscire a ottobre 2024). Questa sera l’artista scozzese di nascita sarà sotto i riflettori del Parco del Castello Tramontano, a Matera. C’è grande attesa per la esibizione tra i patiti della musica anni ‘60/70, per il suono iconico che la band britannica ha portato alla musica rock con il suo stile progressive. E poi, tutti si attendono di vedere Anderson nella sua caratteristica di suonare il flauto di traverso su una gamba sola e l’altra alzata a mo’ di gru, una delle pose più iconiche della storia del rock. Il concerto-evento di stasera inaugura la rassegna Oversound Matera Music Festival organizzato da Dogma 95. L’inizio è alle 21.

La Gazzetta a quel «ragazzo» di un tempo, dalla folta e fulva chioma, oggi un distinto signore ultrasettantenne, che lasciò la chitarra e il blues per suonare il flauto stando su una gamba, ha chiesto se il rock è tornato a sorprenderlo.

Mr. Anderson, in una intervista, tempo fa, aveva affermato di non essere più sorpreso dal rock. Come mai ?

«Ho davvero smesso di ascoltare molta musica rock e pop a metà degli anni ‘70. Ascolto principalmente classica e a volte quella folk. La natura ciclica degli stili musicali popolari dimostra che, dopo 15-20 anni, probabilmente hai ascoltato la maggior parte di ciò che ascolterai nei prossimi 15-20 anni. Ciò non rende il tutto meno prezioso o divertente, ma riflette semplicemente la difficoltà che i nuovi artisti hanno nel raggiungere una vera originalità».

Col suo rock, invece, continua a sorprendere e ad affascinare fan d’ogni età, come il pifferaio di Hamelin. Essendo la mente, la voce e l’unico componente “originale” dei Jethro Tull, lei ormai è un mito. Come si vive da leggenda?

«Una piccolissima leggenda, vorrà dire! Ci sono quelle grandi come Elvis Presley o i Beatles. Poi quelle di media grandezza come Rod Stewart o gli U2. Poi piccole piccole leggende come Jethro Tull, Yes o Emerson Lake e Palmer. Ma Elvis avrebbe avuto difficoltà ad andare al supermercato da solo a fare la spesa. Nessun problema per me!».

I Jethro Tull, lo voglia a no, sono una icona del progressive rock, un genere che ha dato tanto al mondo della musica. Oggi che valore ha il prog rock?

«La musica progressive è solo il riflesso di artisti che cercano di sviluppare e costruire sugli elementi di una musica di genere più semplice e definita. Quindi una giovane band “prog” oggi può sperare di fare la sua parte nel costruire sulla grande musica del passato e fornire le proprie sfumature mutevoli per il divertimento dei fan. Il termine “prog” è solitamente associato a musica egoistica e autoindulgente per mostrare abilità musicali e annoiare molte persone. Cerco di rendere la mia musica un po’ più accessibile di così».

La dimensione live per esprimere la sua musica è quella per lei più congeniale. Anche se non gradisce lavorare in studio, nel 2022 e ancora lo scorso aprile ha però donato ai suoi fan un disco (RökFlöte, 23.mo lavoro in studio a firma Jethro Tull), un concept album dedicato alla mitologia nordica. Ha giocato con l’assonanza con il Ragnarök (“destino degli dei”), la fine del mondo norrena. È soddisfatto del risultato? Nei suoi concerti il passato e presente della sua arte in che percentuale li propone?

«Gli ultimi due album, nel 2022 e nel 2023, sono stati divertenti da realizzare ed eseguire dal vivo in concerto. Ma i fan vengono ad ascoltare una selezione di tutta la nostra musica dall’inizio fino ad ora. Dato che abbiamo così tanti album, proviamo a suonare alcuni esempi di ogni decennio a partire dagli anni ‘60, insieme forse a due o tre canzoni dei dischi più recenti».

Io con lei condivido la passione per Bach. Pensa che la sua personale versione della “Bourée” possa aver avvicinato alla musica classica più d’altri brani “legati” alla musica classica? Per lei l’ascolto della “classica”, tra l’altro, è fondamentale. Ai giovani artisti, che consigli dà?

«Cerchino di ascoltare quanti più tipi di musica possibile. Potrebbero trovare ispirazione in “luoghi” improbabili e tra diversi stili musicali. Un altro consiglio è di avere un piano A, un piano B e un piano C. Non tutti riusciamo ad avere successo con il percorso che abbiamo scelto nella vita. L’industria musicale è molto, molto competitiva. Ho fallito al piano A (diventare un poliziotto) e al piano B (diventare un giornalista) e ho dovuto seguire il piano C (diventare una rockstar internazionale)».

Una curiosità: come le è venuta l’idea di suonare su una gamba sola?

«Ho suonato in piedi su una gamba del tutto accidentalmente e, naturalmente, nei primi giorni dei Jethro Tull quando suonavo l’armonica. Quindi, ho adattato la pratica al suonare il flauto, che era molto più difficile, solo inun modo un po’ divertente, in realtà. Ma non fa male avere uno stile di esibizione sul palco che la gente noti. Come la “papera” di Chuck Berry o la “chitarra a vento” di Pete Townshend. Avrei preferito scegliere qualcosa di più facile!».

Con Ian Anderson (voce, flauto, chitarra acustica) questa sera in scena ci saranno Joe Parrish ( chitarra elettrica), David Goodier (basso), John O’Hara (tastiere) e Scott Hammond (batteria).

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