lessico meridionale
Più sani, più belli ma non più bravi
Nei tempi antichi, l’eccesso di considerazione, quando non di venerazioni dell’aspetto fisico era discutibile, quando non riprovevole e segno di stupidità ridicola. Molte le testimonianze e le citazioni. Scrutiniamo
Nella nostra società iconolatra, ovvero adoratrice di figure, di immagini, l’adorazione dell’aspetto fisico, rientra non in una necessaria prospettiva e materia di percezione, ma nel novero degli oggetti di culto e delle venerazioni consumistiche. L’immagine del corpo e le sue manifestazioni ed espressioni strumentalizzate ad una comunicazione mercantile costituiscono la materia stessa dell’identità, la sostanza prima della personalità venerabile.
È, in realtà, solo patetica venerazione di falsi miti e inganni culturali cui si attribuisce ogni segnaletica, ogni capacità della relazione umana. E di comunicazione sociale. Il mercato dilagante della santificazione dell’aspetto fisico, ha preponderanza sull’intendimento dei caratteri, sulle fattezze della personalità, sul valore naturale dell’umana personalità, sulle idee.
Non è sempre stato così, anzi: nei tempi antichi, l’eccesso di considerazione, quando non di venerazioni dell’aspetto fisico era discutibile, quando non riprovevole e segno di stupidità ridicola. Molte le testimonianze e le citazioni. Scrutiniamo.
La fonte è Cornelio Nepote. Ricordiamo la «Vita di Alcibiade», uno dei «Libri de viris illustribus»? No? Ecco la citazione: «Beoti magis firmitati corporis quam ingenii acumini serviunt». In lingua italiana vuol dire che i «Beoti apprezzano più la forza fisica e la sua immagine muscolosa e venerabile che l’acume intellettuale o la personalità suggestiva».
Sebbene la Beozia fosse patria di persone insigni, come Esiodo e Plutarco, per gli ateniesi, «beota» era sinonimo di persona da poco e stupida. Il disprezzo aveva alla base la struttura economica delle due società: la Beozia era una regione agricola e gli abitanti delle aree rurali sono stati spesso oggetto di disprezzo da parte di mercanti e borghesi.
In antico, il motivo della stupidità dei Beoti era diffuso e proverbiale e sono numerosi i luoghi letterari che ci restituiscono la credenza universale che quella gente fosse anche rimbambita e provvista di grandi orecchie bovine tanto vaste quanto sorde e insensibili.
Tutto questo fece germinare nelle lingue neolatine i termini beota, «béotien e beocio»che, rispettivamente, in Italiano, Francese e Spagnolo stanno per stupido. Stupidi al punto da esser conosciuti per via della loro preferenza per la «firmitas corporis» piuttosto che l’«acumen ingenii» dove la firmitas sta, sì, per forza fisica, ma, considerato il clima culturale degli antichi Greci investigati dal sobrio Cornelio Nepote che li considerava inclini a certe esteriorità, merita la più plausibile traduzione di apparenza, aspetto fisico, prestanza muscolare. Disinvoltura, questa, che da ragione ai detrattori critici dei Beoti.
Dato il da fare che hanno, dubito che i personaggi della politica che contendono e continuano a scontrarsi nella eterna campagna elettorale di fatto ancora vigente, abbiano tempo per ritornare su certe letture classiche anche se, sommessamente suggerisco, sarebbe utile conoscere e studiare la condotta di Alcibiade, ma, in ogni modo, penso che non possano non riflettere almeno sulla descrizione dei Beoti. Se lo faranno verrà a loro un vantaggio che consiste nel danno evitato a noi, noi cittadini, che è quello di satollarci alla nausea delle immagini di lorsignori, delle loro fotografie, delle loro effigi televisive. Già ne siamo stati ottenebrati.
È un aspetto della democrazia che va considerato tra i mali necessari. Dio ne guardi dal rischio di vedere un solo volto, una sola immagine. Finirebbe l’interminabile campagna elettorale, ma, anche, la libertà. Libertà di confermare la fiducia, anche, di non confermarla, seconda dell’operato e il prestigio del candidato alla nostra stima.
Gli schermi rigurgitano da mesi di facce accattivanti, invitanti, sorridenti di gente che ostenta perfetta salute secondo la vecchia e pericolosa equazione «più sani, più belli» oggi aggiornata con la sciocchezza sillogistica «e, quindi, più bravi!». Ma che cosa credono? Che siamo Beoti, appunto? Perché pensano che i loro volti e la loro piacevolezza fisica sfacciatamente artificiale debba convincerci ad apprezzarli, ad appoggiarli, ad approvarli? Forse dovrebbero riflettere e ammettere che i cittadini non sono consumatori e che la bellezza, la firmitas corporis non corrisponde necessariamente all’acumen ingenii, all’intelligenza. Questo processo di identificazione attiene anche al commercio dei palliativi, delle diete truffaldine, al primato assurdo delle paccottiglie. Può risultare controproducente gareggiare come delle dive in caccia di popolarità sul filo dello smagliante sorriso, sulla riuscita impeccabile del rimedio architettonico alle rughe, sul ritocco miracoloso, sul gesto affabile. I popoli antichi diffidavano dei vanesi, di chi puntava sull’esteriorità, di chi dava tutto per facile e a portata di mano come pettinarsi, truccarsi, vestirsi o svestirsi e tenere la linea. Tutti i popoli antichi. Tranne i Beoti.