lessico meridionale
Ma tu, bimbo, cosa vuoi fare da grande?
Sfido chiunque a non ammettere onestamente che in gioventù hanno amato questa domanda
Bambino, come molti bambini, ero «narciso». Detestavo gli ammennicoli e le salivose piaggerie dei conoscenti e di certo lontano parentado, per non parlare delle svenevolezze e sbaciucchiamenti che ostacolavo con fughe e urla riparandomi dietro le gonne della indiscussa eleganza di mia madre. Ricordo degli chiffon estivi profumati di gardenia che mi istigano a perdermi ancora in dolcezze e rimpianti. Mamma era elegante. Al contrario, molti aliti di visitatori salottieri della mia bella famigliola aperta erano micidiali di grevi esperienze gastronomiche maldigerite, aglio, soprattutto. Alle carezze, ai micidiali bacetti, ai giochi «trallallà» va da sé, preferivo, dunque, la conversazione. Per giunta, come vi confidavo, era il «narciso» che debuttava in me: mi compiacevo con sussiego dei segni convenzionali e dei segreti ammiccamenti di mio padre e di zii e zie che vertevano sulla constatazione che io ero intelligente. Naturalmente facevo finta di niente, dando a intendere che non me ne accorgevo, non lo facevo apposta, non era merito mio. Ma il taciturno «IO» che era in me gongolava. La conversazione che preferivo doveva essere, è naturale per un narciso, autoreferenziale. E come ogni narciso vanitoso, amavo che si parlasse di me, meglio se parlavano di me a me.
L’incipit preferito era: «Cosa vuoi fare da grande?» Sfido chiunque a non ammettere onestamente che quando sono stati bambini, hanno amato questa domanda che consentiva di sognare senza sforzo, di progettare liberamente un futuro roseo e pien di voli come una bella aurora del poeta. Io, particolarmente, fremevo nell’attesa che qualcuno, meglio se in un bel salotto affollato di signore che sorbivano con non chalance il the biondo al punto giusto di mia madre gustando (così dicevano, «gustando») soavi pasticcini alle mandorle, mi indirizzasse la domanda «Cosa vuoi fare da grande?». Qui interferivano le varianti del burbero e immancabile zio prete: «Cosa farà il nostro Michele da grande» e «Chi sa che grandi cose sogna di fare il nostro ragazzo? Avanti, racconta» accodandosi alla zia sognatrice.
Io prendevo tempo, guardavo dritto in faccia l’interrogante, poi sbirciavo in panoramica i bei décolletés delle vicine giovani o delle ubertose zie (mamma diceva che avevo lo sguardo maliziose e indisponente) e buttavo lì: «L’astronomo».
Seguiva un brusio di ammirazione e stupore: in realtà non sapevo con precisione cosa fosse il lavoro di un astronomo, ma mi piaceva l’idea che avesse a che fare con stelle, astri e firmamenti. Per ora scrutavo i decolletés. Mio padre mi ricordò, prudentemente, che con l’aritmetica e la geometria non intrattenevo rapporti cordiali, ma solo doverosamente occasionali e, precisandomi che un astronomo lavora più coi numeri e con i conti che con le visioni siderali, mi indusse a scegliere più «terra terra».
Mio padre era un ufficiale dell’Esercito, un valoroso soldato. Meritò una medaglia d’argento e una di bronzo e altre decorazioni al valore. E non era un retore della marzialità, non ostentava militarismi affettati: era ironico, anzi. E, intelligente. Aveva capito benissimo che avrei voluto fare il militare come lui, ma non volevo ammetterlo per il solido principio dell’antagonismo «figlio padre» che considerava, adesso lo so, assai educativo e principale strumento di emancipazione e, quindi, rispettava il mio azzardo galileiano. In verità, a me piaceva tanto l’esteriorità della carriera militare, la pompa delle parate, le fanfare, l’eleganza soldatesca, lo sbatter di tacchi e il patriottismo inerziale che discendeva dalla militanza. Mio padre che le guerre le aveva fatte, e duramente combattute, era schivo di tutto l’orpello e mi spiegò quello che, inconsciamente, sapevo benissimo, che non sarei mai stato un buon militare perché avrei mal sopportato disciplina tassativa e l’ubbidienza cieca e indiscussa.
Stessa cosa mi ricordò con un solo sguardo azzurro e chiarissimo dei suoi begli occhi celesti quando me ne uscii annunciando che volevo fare il vescovo. Così, «vescovo subito» direttamente, senza fasi interlocutorie, seminari e praticantati curiali. Poi venne anche il periodo dello scrittore, del chirurgo, quello del poeta, dello scopritore di mondi sconosciuti, del principe, del corsaro, del giornalista, del rivoluzionario e, naturalmente, del cow-boy. Per quest’ultima carriera mi documentai e scoprii che la parola in italiano voleva dire vaccaro e, inorridito, rinunciai. In realtà io volevo fare «Il cavaliere della valle solitaria», il celebre film con Alan Ladd, non mungere le mucche. Così capii che io sceglievo, vagabondando nelle fantasie istigate da quello che leggevo, ed era molto, perché io volevo raccontare, rappresentare. Tanto valeva decidere: volevo fare il regista e l’attore. E questo ho fatto. Perché, da grande, volevo restare bambino. Almeno tentare. Ma quando, finalmente, lo decisi, nessuno più mi chiedeva cosa volessi fare da grande. Era arrivato il tempo in cui ti chiedono il curriculum.